PIERO GUCCIONE
DISPENSATORE DI QUIETE ARMONIE

resso la Galleria d'arte "trentasette" è stata ospitata una personale dell'artista di Scicli Piero Guccione, le opere esposte, grafiche numerose ed accuratamente selezionate, per lo più degli anni '60 e '70, oggi quasi introvabili, as-sumendo quindi la dignità di opere uniche, tutte d'altissimo contenuto artistico, hanno donato all'attento fruitore le pulsioni di una espressione artistica che trova "preziosità" nella tecnica, certamente non disgiunta da un sentire artistico che ha consentito a questo "raffinato" maestro di imporsi a livelli mondiali.
Per Guccione il sole della "sua" Sicilia non dardeggia infuocato il paesaggio, lo accarezza lieve in una luce diffusa che svela i più reconditi segreti in un "narrare" nostalgico, ma non decadente, anzi, sorretto da una forza interiore che riflette il passato di una Terra tragica eppure capace di donare visioni sognate, delicate come il sentire di questo artista ispirato che oblia la tristezza facendo emergere il gioioso risonare di antiche melodie.
L'atmosfera surreale nelle opere di Guccione, esclude la presenza dell'uomo, tranne rarissime eccezioni e mai inserito nel paesaggio, quale elemento perturbatore di un equilibrio artisticamente raggiunto da una natura "solitaria", ma non per questo avara di messaggi dal subitaneo connubio con una armonia ritrovata ed il lieve sciabordio dell'infrangersi del mare su spiagge dorate, popolate da "parvenze di alberi" spezzati dal vento di terre lontane, giunti a noi per vie misteriose a riposare in un sonno che precede, di poco, un dolce oblio.
Quello di Guccione è un racconto raccolto dal vento che raggiunge spighe mature che ondeggiano come flutti danzanti in una saga narrata nelle notti chete di una campagna incantata, spezza tronchi "orgogliosi" che continuano a vivere come ruderi romantici di un tempo angosciosamente lontano, è un inno ad una natura rigenerata da un "pensiero" artistico che rifiuta la violenza e tutto ciò che può giungere a turbare una quiete idilliaca che, lungi dall'accettare un melenso romanticismo, sferza una umanità pavida che è portatrice di sopruso, per nascondere paura e grettezza.
Lo sguardo limpido di Guccione si ingentilisce nell'osservare un mondo che è stato armonico dispensatore di bellezza e di quiete, lontano dagli "strepiti" di un modernismo frainteso, falso simulacro di una divinità mendace che attrae e stritola ogni essere che, incautamente, le si prostra e … allora, bandito ogni riferimento ad una realtà che non gli appartiene, Guccione protende il suo essere verso un mondo primigenio, forse periglioso, ma stupendo nei suoi silenzi, nei suoni armoniosi di una terra che dal caos primordiale ha attinto per giungere, al fine, ad un ordine coerente di forme, di umori e di fragranze.I colori di Guccione risuonano di melodie mediterranei, non fragorose, ma delicati e sfumati in una Sicilia fiabesca, lontana dal tragico nero delle lave, dall'ocra della terra arsa dal sole; bensì ricca di umori vivificanti che si espandono in azzurri pacati, in verdi riposanti, in rossi "placati" in rosate atmosfere crepuscolari, in viola struggente di albe che "spargono" ben augurali, tiepidi raggi vivificanti.
Come accennato in precedenza, Guccione rappresenta l'uomo raramente ed anche in questo caso, con uno stile inconfondibile; la figura è delineata da pochi rapidi tratti, eleganti astrazioni di figure sospese in un "limbo fetale", di esse si intravede la forma elegante, ma indefinita, in un momento creativo che, non lontano dalla meta, rimane sospeso in un'attesa trepida, nell'incertezza della creazione di un essere "naturalmente" sublime, eppure capace di inaudita violenza e di crudeltà inenarrabile.
Tutto è sospeso, e così rimarrà nelle raffigurazioni e nel sentire artistico di Guccione, attratto dai suoi simili, ma troppo diversi da lui per amarli e non identificarli con il gelido messaggio dei simboli più diffusi di un benessere artificiale, le popolarissime automobili Volk-swaghen ed in particolare il "maggiolino" segreto desiderio di un epoca dall'illusoria ricchezza economica che l'arte di Guccione identifica con la droga che stordisce le coscienze e mortifica la "residua" dignità umana.
Perché proprio le automobili? Perché Guccione vede in esse simulacri dal cupo risuonare di vuoto affettivo, nell'indifferenza di entità irraggiungibili, create dall'uomo per l'uomo a sorreggere una fragilità estetica tesa al raggiungimento di una "compiaciuta" felicità che nasconde, ma non troppo, il desiderio prevaricante di esseri protesi allo sterile raggiungimento di mete dal vacuo contenuto egoistico.
Tutta l'opera di Guccione è pervasa da un profondo amore per la natura e ad essa affida il suo sentire artistico sperando nella condivisione dei suoi simili, in un atto altruistico incondizionato e teso a sconfiggere il suo profondo scetticismo, certamente giustificato e da noi "tristemente" condiviso.
Claudio Alessandri

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