SALVATORE CAPUTO E LE SUE MEDAGLIE |
| Salvatore Caputo è
un artista che conoscevo per averne visto, alcune mostre, e mi colpiva per la sua sinistra
metafisica, perché Salvatore Caputo è, come alcuni grandi personaggi siciliani (e cito
per tutti Lucio Piccolo) uno che nella metafisica inserisce qualcosa di straordinariamente
inquietante. I suoi notturni possono ricordare le parole di Walter Peter a proposito della Gioconda, quando Peter dice che ricordava un mondo vagamente vampiristico, di una bellezza esangue, e nello stesso tempo sublime. Se si guardano alcune delle opere di Salvatore Caputo, ci si accorge che la tensione è esattamente identica. E, siccome lui sa benissimo che questi lavori sono difficili, e nascono da un bilanciamento formale assoluto, non casualmente, in una delle sue opere che si chiama "Equilibrio Poetico", è un equilibrio poetico estremamente precario: c'è un cipresso che sta sorreggendo un albero, un po' come le stampelle di Dalì, e questa precarietà però dà il senso assoluto di una forma, che quella è e tale deve restare. Caputo è un paesaggista singolare; il paesaggio è in continua trasformazione, ed egli, invece, vi inserisce le statue che sono per definizione, statiche. Tutto questo mi fa venire alla memoria quella stupenda definizione d'arte che dà Leo Spitzer, che la definisce "un misterioso movimento nell'immobilità". E questo credo che sia un po' il quadro generale della pittura di Salvatore Caputo che, non casualmente, si muove fra la ricerca e gli studi pittorici sulle icone, che sono quanto di più ieratico la pittura abbia mai prodotto. Oppure si muove all'interno della ricerca del colore, dall'impressionismo di Sisley sino ai nostri pittori dell'Ottocento, ma anche oltre. E, soprattutto, ha compreso una cosa che per me è fondamentale da capire, cioè che il colore non è qualcosa che esiste in natura, ma è invece qualcosa che va ricercato come fatto mentale. Il colore, affidato al veicolo della luce, è in continua trasformazione, non è qualcosa di "dato"; non c'è un giallo, ci sono infinite gamme di giallo. Chi vuole raggiungere una sintesi del colore, deve naturalmente operare come fatto mentale. Ricordo che ci fu una disputa formidabile sulla teoria del colore tra Newton e Goëthe. Per Newton il colore era legge, quindi qualcosa di dato, per Goëthe era invece un fatto radicalmente e profondamente emotivo che si "ingravidava", queste sono parole sue, "attimo per attimo, in funzione dei contrasti e degli incontri che faceva nel suo perpetuarsi nel mondo". Questo per quanto riguarda la pittura, perché, per quanto riguarda le medaglie, ognuna ha una sua particolarità. Alcune sono delle vere e proprie sigle pubblicitarie, ed occorre pensare che la pubblicità non è quella cosa dozzinale che molte persone pensano e, magari, divulgano. La pubblicità invece è una delle rare cose che talvolta fa capire cosa è una metafora poetica, cioè raggruma una sintesi assoluta di una serie di simultaneità in un'immagine sola, che poi però chi osserva va lentamente decifrando nelle particolarità e nelle molteplicità. Talvolta invece la sua grafica diventa racconto, ed è un racconto estremamente circostanziato. Una di queste medaglie, grandi, che lui ha fatto per il Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo, a me sembra di un conseguimento assoluto, perché l'immagine sembra provenire da un movimento marino, quindi qualcosa che affiora dalle acque e che ha un movimento veramente straordinario. Non si possono produrre medaglie se non si è veramente dei grandi scultori. E, tuttavia, dice Salvatore Caputo, la differenza tra medaglista e scultore è enorme. La medaglistica sta alla scultura esattamente come la grafica sta alla pittura. Quindi, l'immagine che nasce dalla medaglia deve essere estremamente circostanziata, estremamente definita, e tutto questo nasce da molteplici costrizioni: intanto c'è un committente, il quale vuole una certa cosa, e non altra, poi c'è il fatto che il recinto è dato, e non ci si può spostare di un millimetro. Però, diceva il grande Friedrich Nietzsche, non esiste opera in funzione del laisser aller, del "lasciate fare", l'opera nasce sempre da una costrizione ferocissima che sia "rima", o che sia "clausola", come era il caso, per esempio, della prosa di Gustave Flaubert. In questo senso, l'opera di Caputo non solo è esemplare, ma io vorrei quasi definirla stupefacente. Aurelio Pes |
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Salvatore Caputo |
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