"LETTERE DI UN SACERDOTE
ALL'AMICO MAFIOSO"

Un libro audace e rivoluzionario questo di Pietro Gullo ma anche una voce che grida nel deserto e il deserto si chiama Pizzillo: è questo l'eremo che un sacerdote ancora giovane, dopo una esperienza missionaria nell'America Latina, tornato in Sicilia, ha scelto per vivere il suo apostolato e dare vita al sogno di una comunità di preghiera, lavoro e accoglienza, aperta a chiunque "abbia il desiderio di cambiare una realtà che offende la dignità dell'uomo".
Dieci anni trascorsi in questo eremo lontano dal mondo, nella solitudine di una "profonda Sicilia" visualizzata nella fuga di colline riarse, all'ombra di un campanile sotto la montagna di Entella (Contessa Entellina), angolo remoto della Sicilia dove sono fluiti venti secoli di storia. Qui ha iniziato il suo cammino la comunità Trinità della Pace, secondo un progetto di nuova evangelizzazione che guarda molto lontano e proprio per questo, forse, potrebbe apparire utopico ma nel quale gli adepti credono con la fede incondizionata dei primi neofiti.
Qui, in questo scenario di aspre montagne dove il tempo trascorre scandito "da primavere precoci e da inverni crudeli", in una concentrazione e un raccoglimento assoluto (nell'epoca della ipercomunicazione al Pizzillo non esistono né televisione né telefono), padre Pietro è venuto maturando in silenzio, il suo avvento: proprio come Colui il quale tacque per trent'anni in attesa dei tre in cui avrebbe predicato, egli, nel giro di pochissimi anni, ha maturato e dato alle stampe una ventina di libri, opere di profonda spiritualità e di alta teologia, attraverso i quali è possibile seguire le tappe di un impegno religioso sempre più marcato e rigoroso.
Ricordiamo alcuni titoli di queste opere, nate nel deserto, come rose di pietra: "Passione di Giuda", "Profezia e annuncio", "Deserto e città", "Girolamo Savonarola", "Il Cristo di Emmaus", "Resistenza e avventura", "Cantico dei Cantici", "Dovunque ti troverò", "Seguimi", etc. E, in ultimo, questo volume "Lettere di un Sacerdote all'amico mafioso", ancora fresco di stampa, diverso dalle opere di ricerca interiore che l'avevano preceduto e tuttavia coerente con la regola della Comunità, con i suoi principi di solidarietà e fratellanza verso coloro che hanno sbagliato ma potrebbero cambiare.
Simbolico interlocutore del libro è Pietro Aglieri che l'Autore ha effettivamente conosciuto negli anni del liceo, senza più rivederlo e nulla più sapere di lui, tranne, a distanza di tantissimi anni, quando apprese che era stato uno degli incriminati di via d'Amelio.
"Vorrei poterti essere utile: così come sei... Pensi che noi, anche se non spariamo ed uccidiamo, siamo diversi da te? In un modo o nell'altro non ci siamo scandalizzati abbastanza e sul serio dell'ingiustizia, dunque, abbiamo cooperato..." "Non posso condannarti: anch'io sarei un terrorista e un criminale se non attendessi nuovi cieli e terra nuova..."
Naturalmente la prospettiva di queste "Lettere" non è quella della Giustizia quanto la prospettiva evangelica del Samaritano che, guardando in faccia il ferito, non lo consegna alle istituzioni ma se ne prende personalmente cura nella speranza di una rinascita, di una trasformazione: quello stesso sentimento che aveva fatto incriminare un prete perché aveva portato ad Aglieri la comunione nel suo rifugio di ricercato. Per ricostruire un cammino l'Autore è pronto a tutto perché - e qui giungono appropriate le parole di Giovanni Paolo II° - "... se un uomo si alza è tutto un mondo che risorge..."
Tuttavia queste "Lettere" sono soltanto un mantello che ricopre la vera identità del libro: un libro denuncia nei confronti della giustizia e delle istituzioni: "Non credo nelle leggi, credo nell'uomo. Per quanto doloroso non credo in questa giustizia; anzi, mi viene più facile credere in te, assassino..."
E ancora: "Da questo angolo ho desiderato iniziare una rivoluzione violenta di pace; e non sai le tante volte in cui sono stato tentato di invocare la mafia per risolvere situazioni di leggi perfette che uccidono la dignità della persona... La radice della mia mafia è la disperazione di non trovare un'al-ternativa per le leggi giuste, morte; e le istituzioni, gli uomini che fanno e sfanno secondo i loro interessi, sempre; e il povero che soccombe..."
Denuncia nei confronti di una società che non vuole o non sa debellare le radici del male, che ha attentato alla dignità della persona al punto di legalizzare l'aborto; denuncia di un sistema che ha permesso la struttura mafiosa e - cosa ancora più grave - ha fatto dei mafiosi "istituzionali" degli intoccabili che mai pagheranno, sempre protetti dalle leggi, mentre a pagare sono sempre gli ultimi, i poveri, i minimi..."
Quando nel 1980 si trattò di pubblicare il suo primo libro, "Passione di Giuda", l'editore romano disse a Pietro Gullo: in quanto siciliano potrebbe scrivere un libro sulla mafia e diventerebbe famoso.
Ma queste "lettere" vanno molto aldilà di un libro sulla mafia: mettono sotto accusa un sistema istituzionale che ha diffuso il seme della violenza e non vuole estirparne la pianta, chiedono a tutti di uscire dall'indifferenza che ormai non ci fa più scandalizzare di niente per formare un nuovo tessuto morale e civile della società, vengono ad identificarsi con la coscienza collettiva che si ribella e - nonostante tutto - spera.
E se questo libro passerà inosservato è solo perché alle sue spalle non c'è un editore che lo faccia conoscere.
Giulia Sommariva

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