GIALLI DESTATE, FRUTTI |
| La distesa armonia
della luce si sfibra, non senza dolore, tra i paesaggi di una Sicilia capace di registrare
e restituire l'essenza primaria dai contrasti inequivocabili della sua natura. E, in
fondo, la poetica di Enzo Nucci coglie il disagio del bello (la sua incrollabile
idealità) in una sorta di ubriacatura sottile, fortemente nostalgica, limpidamente
incorruttibile. La sua "espressione di fondo", potremmo dire, è tesa a
rafforzare l'idea della fine: una pulviscolare discrasia dell'immagine pronta a
proiettarsi nel vago etereo impressionismo del suo labirinto cromatico. In tal modo
evidenzia lo stato di perenne contemplazione, adatta, per sua costituzione, a sciorinare
le lusinghe esposte dell'ampio registro biologico. Esso (e non a caso) nutre l'infinita
contesa contro il viluppo dell'eternità, prossima e sempre lontana; affronta la
perennità delle cose e sfida la circadiana possanza della realtà naturale. Sembra che
oggi ci siano due modi di allacciarsi alla suggestione della natura: subirne il fascino e
immettersi, così, nella voluttà della percezione, oppure tentare di destabilizzarla al
fine di ricreare una possibile (nuova?) definizione del proprio atto creativo. La prima
ipotesi è sostenuta, in verità, dal mondo di Nucci; la seconda non lo coinvolge affatto;
appare completamente estranea alla sua intelligenza visiva. Egli sta al di là delle mode
che vorrebbero sostenere, con una certa negligenza (o per colpevole dislettura) o, se si
vuole, con visibile arroganza espressiva, alla ridefinizione della natura, la quale,
proprio in virtù della sua sublime valenza, impone loro (sovente) una riduzione dei toni,
traducendo gli asfittici sperimentalismi e le tautologiche dizioni, che imperversano nel
confuso fluire dell'arte contemporanea, in banale e manierato cifrario. La prima istanza,
comunque, pur tra i pericoli disseminati dalla retorica, dalla mimesi, conserva in sé,
una capacità elettiva nei confronti dei valori della pittura sempre più rafforzata dalla
linfa del-la sembianza o dalla trascinatrice onda del-lo stupore. Sappiamo be-ne quanto lo stupore sommerga il sentire poetico: una sorta di fanciullesca innocente disposizione a cogliere gli effetti della natura nella loro interezza, captare lo svolgere delle ore e degli accadimenti, in quel dipanare il fuso pacato e inesorabile del tempo. A tale tempo Enzo Nucci sembra rivolgere ogni attenzione, per quel suo interpretare il mondo, il diadema dell'aurora e del tramonto. Perché son le luci sfocate, i chiaroscuri, i corrugamenti botanici, le drammatizzazioni della sera, le corrusche apparizioni aurorali, gli annottamenti, i tremori pallidi e oblunghi delle foglie, a impressionare la sua memoria, a ricrearla di continuo con quella condizione a ricevere, che l'autore saccense definisce Impressioni di luce. Già in un lontano pastello su carta, Rovine con albero - impressioni di luce (1992), l'apparente esigenza del tema precede tutto il lavoro futuro e ne costituisce il "corpo" nella sua precipua qualità di gestore dell'anima. Una forza e un potere, non tanto della immaginazione, quanto rivolti ad un'analisi profonda, magmatica, del reale, protesi alla cattura temperata delle emozioni, all'a-scolto tensivo dei sentimenti commisti in quel raffronto tra artista e mondo "altro" delle vite, tra uomo e icone geologiche, architettoniche. Su tale conflitto l'epi-fania della realtà non ne risulta devastata; essa, invece, si carica d'uno smalto pacato, di una pellicola più sotterranea prima non visibile: ora, d'im-provviso, palpabile dai sensori percettivi dell'animo che abitano un piano silente, solitario, più consone alla riflessione. Nucci ci restituisce allora, in questo percorso dilatato su circa trenta opere ed elaborate in quest'ultimo quinquennio (pastelli, oli; 1995 - 2000), l'eguale empatia dei suoi quaranta anni di pratica pittorica, e con identico (se non liturgico) impegno creativo. Un "guardare ininterrotto e antico", come ebbe a notare Roberto Tassi nel 1984, pronto a flettere la dimensione della vista nel commercio con lo spirito. E sono i gialli pregni di magnetica tensione, di barocche voluttà estive (ricordiamo la "sua" calda immagine di copertina, in edizione Bompiani, per Dimenticare Palermo di Edmonde Charles Roux), gli azzurri pervadenti i mari, le campagne assorte, le palme sciolte tra le case padronali; e ancora le vorticosità espressive dei venti, degli àliti sciroccali, in una continua "variazione" ed "ossessione" (termini colti dal dire critico di Marco Goldin ed Enzo Siciliano per la recente mostra trevigiana alla "Casa dei Carraresi"), che proiettano la dinamica del suo linguaggio in quell'alta conversazione con la natura e con lo spirito del mondo proprie della tempra espressiva di un Piero Guccione, così ricca di vaste modulazioni e sconfinato torpore meditativo. Una visibilità - questa di Nucci - capace d'imporsi ancora con la forza delle sue "nature morte", dove il nascondimento delle cose trova (la poetica di Gianfranco Ferroni fa da battistrada) l'impeto di un'ulteriore stratificazione della realtà ai confini metafisici del "non detto", del "non visibile", dell'es-senza depisisiana. Un nutrimento decantato dal colore, nel calore del giallo, tra le terre insinuanti dei frutti. Aldo Gerbino |
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