SARO MIRABELLA
|
| l Comune di
Palermo, Assessorato alla Cultura, ha ospitato presso Palazzo Ziino, una retrospettiva
dell'artista catanese Saro Mirabella, la mostra, ampia, ma non totalmente esauriente, è
stata presentata in catalogo da Franco Grasso e, all'inaugurazione dallo stesso Grasso e
da Aldo Gerbino. Saro Mirabella (1914-1972) come tanti altri artisti suoi conterranei, ha dovuto seguire la strada dolorosa del "viandante" mai stanco del cammino che lo ha condotto, in Italia e all'estero, lungo il percorso del riscatto, dove l'arte non era negletta, anzi, compresa e condivisa, forse ancor più rattristandolo per la consapevolezza di non essere stato capito nella sua Terra che ha amato e che era entrata profondamente nel suo essere, con i suoi colori, gli umori, i profumi di una natura tanto contraddittoria quanto splendida in una realtà fatata. Nel suo lungo peregrinare, Saro Mirabella è approdato, inevitabilmente, a Roma accolto con calore da innumerevoli artisti ma, in particolar modo, dal pittore bagherese Domenico Quattrociocchi ed è a Roma che Mirabella, oltre che affinare la sua espressione artistica, prende coscienza delle istanze politiche e sociali ancor più estremizzate in un periodo tragico per milioni di italiani e che culminerà con la sua militanza partigiana. L'impegno incondizionato, nella vita e nell'arte, si evidenzia in opere come "Mattanza" del 1951, che affronta la problematica del lavoro, umile e oscuro, di pescatori malpagati e tenuti ai margini della società civile, e "Strage a Portella" del 1950, opera che evidenzia lo spinoso fenomeno della connivenza politico-mafiosa che imponeva e ancora impone con la violenza privilegi sociali, ma innanzitutto economici, il suo ricordo delle tante nefandezze della guerra, si estrinsecano nelle opere "Torturato" del 1964 e "Olocausto" dello stesso anno. Le "divagazioni" geografiche di Mirabella, non hanno smorzato in lui un fuoco che è divampato negli anni giovanili trascorsi in Sicilia, anzi ha stimolato ricordi di momenti mai del tutto obliati, ridestandoli da un sonno agitato, popolato di umori e colori, di una natura aspra e pure gentile allo sguardo dell'osservatore ferito da una luce che tutto illumina in una evidenza disarmante. Ed ecco, le "marine" di Mirabella ,non sono caramellose imitazioni della realtà, il mare si frange mugghiando spumoso su scogli terrosi, cupe propaggini di lingue di fuoco che il tempo ha fissato in forme fantastiche di nero basaltico, lontano, oltre il blu del mare, nubi pesanti di pioggia, foriere di tragiche tempeste, sono squarciate dal nero del tramonto, visioni di una natura che non disdegna il paradosso, che non desta stupore, ma orgasmico appagamento di un desiderio cromatico che non i-mita passivamente la natura, ma la pervade di diversità ad esaltarla. Saro Mirabella è stato un figurativo, un informale, un astratto, ha percorso strade perigliose per appagare il suo desiderio di "nuovo", uno sperimentare senza cadere nella banalità, alla ricerca del nuovo coerente ad esaltare una cultura non comune, non disgiunta da una sensibilità oltre l'umano, che lo ha spinto ad esplorare mondi nuovi, forse già percorsi ma senza lasciare segni tangibili a vanificare il suo desiderio spasmodico di virginei percorsi, distinguendosi anche nell'informale dei quadri luminosi, preziosi scrigni di vibranti colori sospesi nel buio, non ectoplasmi, ma reali messaggi di armonia e di speranza. Anche le umili aringhe affumicate e mummificate divengono nella pittura di Mirabella, dei pesci preziosi, dal corpo lucente che occulta la rigidità della morte salina e da banale cibo a placare la fame del più umile degli uomini, si trasformano in preziosi messaggeri di coerenza espressiva, del tutto idonei a soddisfare una esigenza estetica che nobilita soggetti all'apparenza insignificanti. Saro Mirabella ha tracciato "i suoi nudi" più belli, "le sue contadine" dal viso e dalle mani morse dal sole e dal gelo, servendosi del carboncino, corpi flessuosi, o infagottati in vestiti eccedenti di qualche misura, ma mai di "maniera" in ogni caso, bellezze muliebri che esaltano la femminilità, rendendola coerente con un Creato armonico, Mirabella indifferente all'ottusità ed alla banalità, ha proseguito con puntiglio il suo cammino che tendeva alla perfezione, incurante delle ferite inflitte dal tempo che fagocita bellezza e armonia, ha proseguito in un percorso che nessuna nefandezza umana potrà mai oscurare, avvolto in una luce irradiante ha disvelare gli angoli più reconditi della fragilità umana. Il lungo sodalizio con Guttuso durante il suo soggiorno romano, in alcuni casi, ha inciso profondamente sulle sue opere, nei colori possenti, nelle linee nette, mai ripensate, una pittura vigorosa che riecheggia lo "spavaldo" procedere del maestro bagherese, ma Mirabella non ha imitato, non si è lasciato condizionare, ha semplicemente "respirato" il fluido magico chela terra di Sicilia emana, ispirando quei colori, quei soggetti, quelle armonie che anche Guttuso aveva avvertite prepotenti nel richiamo artistico della rappresentazione pittorica. Un "lungo" momento di confronto quindi, mai svilente imitazione e poi ancora a percorrere ed a seguire i suoi "moti dell'anima", in un susseguirsi di sperimentazioni che solo lo spegnersi della vita ha fermato, ma che rimane indelebile testimonianza nei dipinti che perpetuano il suo pensiero al di là di una morte che, altrimenti, sarebbe divenuta un momento significativo, ma banale come per la stragrande maggioranza di una umanità sorda al richiamo della bellezza, dell'amore universale e dell'armonia forse, uniche ragioni dell'esistere. Claudio Alessandri |
|
| Cliccando
sulle immagini si avrà l'ingrandimento delle stesse |
|
webmaster@infosicilia.net |