Presso Palazzo dei
Normanni la Fondazione Federico II, l'Assemblea Regionale Siciliana, con il Coordinamento
di Laura Romano della Galleria Elle Arte, è stata ospitata, nella prestigiosa cornice
della Sala Duca di Montalto, una personale del pittore spagnolo Pedro Cano dal titolo:
"Dubita un filo d'oro" da "lanterna cieca" del poeta Tito Marrone.
La manifestazione è stata inaugurata dal Presidente dell'ARS Nicola Cristaldi e,
criticamente, da Aldo Gerbino che ha curato anche la presentazione in catalogo.
La mostra, ampia ed esauriente, copre un lungo lasso di tempo, una produzione pittorica
che va dal 1982 al 2000 e consente all'osser-vatore di apprezzare il percorso artistico
del pittore iberico, consentendo paragoni e considerazioni, non sempre erudite, ma pur
sempre ispirate da un procedere artistico non comune e dagli innegabili contenuti
culturali.
Noi conoscevamo le sue opere, ma non personalmente Cano e durante la presentazione di
Cristaldi e di Gerbino, il nostro sguardo si è focalizzato su un signore bruno di viso,
snello, con i capelli scuri e ondulati, gli occhi vivi e neri e siamo stati portati a
considerare che quella figura, quasi ieratica, rappresentava, tra i tanti siciliani
presenti, il prototipo di un "autentico" siciliano che affondava le sue origini
nelle più antiche dominazioni, greca o araba, possedendone i geni e le sembianze.
Poi, quel signore, è stato invitato a prendere la parola ed ha esordito, lasciandoci
stupefatti e confusi, con: Señoras y Señores buenas tardes
; conoscevamo in
quel-l'istante il pittore Pedro Cano, il nostro smarrimento è durato solo un attimo,
infatti, riflettendo ab-biamo pensato che, la nostra precedente considerazione non era del
tutto peregrina, dove l'aveva-mo già visto? Ma certo, l'avevamo visto, più volte, nelle
rappresentazioni del Velásquez, hidalgos fieri delle loro nobili origini ma, nel
contempo, di altrettanti nobili siciliani effigiati in quadri di anonimi, anneriti dal
tempo ed esposti in polverose pinacoteche o buie sagrestie, lo sguardo penetrante e
severo, consci di avere "impresso" un segno indelebile nella storia millenaria
della nostra Sicilia.
Le melodiche creazioni di Pedro Cano, sembrano scaturire da un mondo che si anima nella
trasposizione pittorica di sogni sereni di una realtà filtrata dal ricordo dei giorni
spensierati di una giovinezza idealizzata nel perdersi iridescente di un orizzonte
cerebrale.
Il pennello di Cano sfiora il supporto, timoroso di infrangere un sortilegio, qualcosa di
magico che affida a colori pacati, intravisti nella bruma del mattino, delicati come un
soffio di vento che, trepido, si disperderà nel nulla dopo avere accarezzato i capelli di
una giovane fanciulla, le sue emozioni, le trepidazioni di una ispirazione violenta, ma
che, con un battito di ali, sfugge beffarda dall'anima e dalla mente.
Cano ama definirsi "uno spagnolo del Sud", ma i suoi colori sono ben lungi da
sonorità mediterranee, e ciò non sminuisce la sua affermazione, ma la idealizza, nulla
è squillante, non si impone per colori invadeti, tutto è pacato, filtrato da una luce
lunare, un cromatismo che ricorda le pianure Lombarde, in magiche albe dal dolce risuonare
di canti campestri quando il gracidare delle rene lascia il posto al frinire delle cicale,
omaggio selvaggio al sole che si leva tra le fragili fronde delle betulle.
Sensazioni che si prolungano negli "interni" di Cano, letti vuoti dalle coltri
in disordine, ancora tiepide dei corpi abbandonati in sonni ristoratori o agitati da
notturne visioni intrise d'angoscia, in attesa spasmodica della luce vivificante del
giorno che, dissolvendo le tenebre, ridona quiete e speranza, fiducia in un avvenire
nebuloso, ma prodigo di esaltanti promesse.
I fiori di Pedro Cano si stagliano su di uno sfondo di azzurro "sabbioso", una
sottile polvere si posa sui petali, smorzandone il naturale vigore, ma fissandoli per un
attimo indefinito, consentendo agli umori e agli aromi di sfuggire ad una morte
incombente, vinta da una magia che solo un'artista ispirato come Cano può realizzare; un
sipario che lascia intravedere le forme sottraendole al crudele ed ineluttabile ciclo
della vita.
E poi, sedie vuote, sospese in una silente aura, senza spazio, senza tempo, in attesa di
ospitare un viandante stanco del lungo peregrinare alla ricerca, non di un luogo, ma della
verità del mistero di un esistere che è gioia, ma anche dolore, solitudine, pianto
liberatorio all'ascoltare una poesia, una melodia che, venendo da lontano, raggiunge il
cuore di un animo gentile e lo colma di gioia e di speranza.
Le macchine da scrivere che poggiano su "sembianze" di scrivanie, scompaiano
lentamente man mano che la missiva si compone e che, al suo termine, fagociterà il mezzo
inanimato che è "vissuto" solo nel breve, lungo lasso di tempo che è servito a
comporla, adesso negletta insieme alle idee, alle emozioni ai palpiti di uno snervante
ticchettio.
Portoni possenti, eppure pittoricamente appena accennati, a difesa di anonime case, forse
nobili, forse, ormai svuotate di umanità, che non cigolano più al soffio del vento che
canta antiche leggende che hanno come palcoscenico stanze vuote, mute di rumori familiari,
piene di ricordi lieti e tristi di una storia millenaria.
In tutte le opere di Pedro Cano è evidente un anelito alla spiritualità a
"domare" il gretto materialismo, una freschezza espressiva che esalta ed
evidenzia i variati impulsi sentimentali e quindi, la sua originalità pittorica sembra
rivitalizzare spazio e tempo, profumi ed umori, senza confini sensoriali.
I suoi letti disfatti, i suoi fiori cristallizzati, le sedie "pensose", gli
scorci architettonici, i portoni che custodiscono un mistero che non sarà mai svelato,
sembrano scandire il passare del tempo, di un desiderio e di un sogno nella realtà
virtuale di un ricordo struggente o di un misterioso connubio tra amore e stimolante
segreto.
Claudio Alessandri |

|