CENTENARIO DELLA MORTE DI GIUSEPPE VERDI

Cento anni fa moriva a Milano Giuseppe Verdi.
Quando arrivò a Milano Giuseppe Verdi aveva 19 anni.
Dopo la bocciatura al Consevatorio, studiò con Vincenzo Lavigna, professore di solfeggio e cembalista alla Scala.
Ebbe due mogli: Margherita Barezzi, sposata il 4 maggio del 1836, e Giuseppina Strepponi, sposata in Savoia nel 1859.
Le donne del compositore, tuttavia, furono quattro.
Importantissimi per lui furono, infatti, sia il legame con la Contessa Clarina Maffei (che lo inserì nel bel mondo milanese), sia quello con la cantante Teresa Stolz. La prima opera verdiana risale al 1839.
Si tratta di Oberto Conte di San Bonifacio, dramma in due atti di Piazza e Solera, primo grande successo sul palcoscenico della Scala.
Verdi morì, come riportato dalle cronache dell'epoca, dopo una settimana di coma dovuta ad un colpo apoplettico, il 27 gennaio 1901 alle ore 2,50 nella stanza 105 dell'Hotel Milan.

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Il mondo ha celebrato il grande compositore con un carnet di appuntamenti che hanno toccato i luoghi natii del genio di Busseto.
L'Italia, naturalmente, ha fatto la parte del leone con Parma e Milano, dove a dirigerlo sono stati rispettivamente Valery Gergiev (davanti al Presidente della repubblica), e Riccardo Muti.
Sulle pagine di Repubblica, grande risalto è stato dato al "Verdi's Day" celebrato in tutto il mondo, da Monaco a Berlino e Londra, fino alla faraonica rappresentazione di New York, dove, davanti all'ormai ex presidente Clinton, si sono esibiti Pavarotti e Deborah Voigt.
Il Corriere della Sera ha affidato a Paolo Isotta il compito di delineare un profilo insolito di Verdi dal titolo "La gran dama dietro al genio".
Si riferisce alla diplomatica figura di Giuseppina che il critico del quotidiano di via Solferino considera come una sapiente "fusione del cardinale Alberoni, di Talleyrand e di Bismark, con la quale il mondo esterno, tutto, doveva trattare per accedere a lui".
Il quotidiano milanese ha dato poi spazio a una polemica, lanciata da Le Monde, nella quale Parigi rivendica la "francesità" del compositore.
Avvenire ha affidato il ricordo del grande compositore alle parole del maestro Riccardo Muti, che ha citato i versi di D'annunzio: "O fonti della divina melodia richiusi in lui per sempre, che tutti li aperse", e la visione trascendente dell'uomo che è presente nel "Requiem", e anche a Franco Zeffirelli che, a Busseto per "l'Aida", ha ricordato il fascino planetario di Verdi con "volti orientali commossi e il grossolano entusiasmo di un benzinaio dell'Oklahoma".
In un coro così unanime la immancabile polemica è venuta dal Giornale, sul quale Filippo Facci, ha ripreso le dichiarazioni di Sergio Cofferati.
Nei giorni scorsi il leader della Cgil aveva affermato che "Verdi sarebbe una controparte per la Cgil", ma che a livello personale ne apprezzava l'opera.
Facci si è scagliato prima contro il "musicologo" Cofferati, ribadendo che la famosa "Battaglia di Legnano" fu scritta su una vecchia idea di Mazzini e non su commissione di Giuseppe Giusti, e poi sul sindacalista ricordando che "Verdi morì il 27 gennaio 1901, non fece in tempo a conoscere le or-chestre mediocrizzate dell'iper-sindacalismo del posto fisso, delle indennità pazzesche dei benefit a pioggia e degli organici gonfiati".

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L'impegno sociale di Giuseppe Verdi si riassume nella realizzazione dell'ospedale di Villanova.
La struttura fu realizzata su iniziativa di Verdi, e con le sue sole risorse, nel penultimo decennio del secolo scorso, e venne inaugurata nel novembre del 1888, con cerimonia che consistette nel mero ingresso nella nuova struttura dei primi dodici degenti (tanti poteva contenerne).
Realizzare l'ospedale fu per Verdi un modo per dare un contributo al risanamento dei mali sociali, che fosse anche un messaggio, o una rampogna, per la classe dirigente, e la sollecitasse a seguire il suo esempio.
L'ospedale fu, in tutto e per tutto, una creatura di Verdi che oltre a finanziarne la realizzazione, ne ideò sostanzialmente il progetto, ne ispirò lo Statuto, e ne resse direttamente le sorti fino alla morte.
All'ospedale il Maestro dedicò un impegno costante e probante, per un uomo della sua età (era vicino agli 80 anni).
Con la moglie, si occupò personalmente dell'arredo delle stanze, addirittura della divisa dei degenti.
Un coinvolgimento logorante, ma sotto certi aspetti rivitalizzante.
E' proprio agli anni della costruzione che è da far risalire un rigurgito di creatività musicale del Maestro (non componeva da tempo): scrisse l'Otello e il Falstaff, fu promotore della realizzazione della Casa di riposo per musicisti, a Milano.
Nel testamento, Verdi dispose la donazione annua di venti lire a cento poveri di Villanova, nel giorno di S. Martino.
L'ospedale di Villanova è oggi una struttura che per la qualità dei servizi ha una portata ed un bacino di utenza che va ben oltre la provincia di Piacenza.

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