La proiezione figurativa di Salvatore Caputo (Palazzo Marconi 1-15 Agosto, Città
di Alcamo, assessorato alla Cultura, catalogo con testi di Pietro Longo e Giovanni
Occhipinti), si attesta sul piano di un corposo equilibrio tra forma e flusso emotivo.
È indubbio che in questo artista ha preso consistenza la necessità di riversare, a tutto
tondo, la voglia e la consolidata partecipazione alla classicità verso un mondo naturale
(forse uno tra i primi e genuini appelli di carattere ecologico), e di come questa sia
diventata, con il trascorrere degli anni, prorompente dimensione spirituale e personale
visione del mondo. Alla grecità palese e sensibile, alla voglia d'innestare su questo
sostrato simboli arcani e inquiete geometrie, attingendo in tal modo ai maestri sulla
surrealtà, l'artista è andato stemperando, senza l'ausilio di facili citazionismi, gli
organi della visione e soprattutto i materiali della contemplazione. Perché a questa
categoria mentale sembra che Caputo, almeno negli ultimi decenni del suo operare, si sia
affidato, senza particolari restrizioni, ad una linea "fuor dalle mode",
mantenendosi fedele al suo percepire; ricreando la natura e quell'anima tutta umana che la
governa.
A queste sensazioni, che poco hanno a che fare con un'ondata di reflusso del realismo
naturalistico, Caputo offre la sua distinta visione, pronta a superare, nella evidenza
delle immagini, la stessa didascalia, il rapporto, la narrazione topica, piuttosto
attraverso questi fondamenti della sua osservazione egli ne ritempra lo smalto visibile,
l'approccio percettivo, il linguaggio fatto di nostalgia memoriale non contaminata di
vivaci estetismi.
Allora l'obbligo, in questa sede, sembra quello di rifondare, così, - attraverso la
propria coerenza, - il linguaggio, il senso della pittura, la cognizione stessa del
proprio operare, con tutti i rischi che la fedeltà impone.
Le "lune" di Salvatore Caputo esprimono oggi una sintesi del suo lavoro (che ha
origine negli anni Sessanta), dove in ogni suo agire pittorico dalla surrealtà informale
del periodo degli esordi all'informalità fantastica degli anni Settanta, e, via via, fino
al raggiungimento della propria surreale neofigurazione, assume il simbolo lunare (icona
perseguita da altre "schiere" della contemporaneità) quale punto di riferimento
non soltanto formale, piuttosto spirituale, intriso di notturni lucori, di magie
sottintese, di ombre e fluidità marine. Ed è lo scenario caro a Salvatore Caputo che è
qui raccolto ad Alcamo: fronde silvane, ampie vallate bagnate dalle luci notturne,
attraversate da inanimati cortei di vestigia femminili, fronde tattili e densità serali
dove non c'è voce che possa conquistare, potere alcuno (che è, in questa sede,
pertinenza del "silenzio").
Su questo squarcio visibile e commosso l'occhio di Caputo sembra che penetri l'immagine,
per far trasparire, da questa, il balsamo non sempre consolatorio del suo avvertire la
meraviglia impropria delle esistenze e dei luoghi.
Aldo Gerbino
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