La mostra di Catania dedicata ad Andy Warhol non è solo un contributo importante
alla conoscenza di uno dei maggiori artisti del '900, ma è anche l'occasione per
comprendere in che modo egli abbia influito sui nostri modi di percezione delle immagini
esterne, da quelle artistiche a quelle dei media, della comunicazione e della pubblicità.
Le opere di Warhol sono le nuove icone del nostro tempo, accompagnano al nostra ricezione
degli eventi del mondo attuale. Il maestro della Pop Art ci mostra il nostro stesso mondo
tramite le immagini più familiari, impresse indelebilmente nella memoria, ma
trasfigurate, consumate dalla ripetitività ossessiva, decontestualizzate, inacidite o
corrose tramite colori provocanti, rese essenziali e pronte per il consumo ma ormai
irrevocabilmente demistificate. Il confine netto tra l'arte e la comunicazione di massa è
perduto. L'opera è espressione immediata, evocativa, trasgressiva.
La riproducibilità assoluta dell'opera d'arte è il fine di Warhol, anticonformista e
provocatore. "La ragione per cui dipingo in questo modo è che voglio essere una
macchina. Penso che tutti dovremmo essere macchine": queste le sue parole. Nella
Factory di Warhol si riunivano artisti pop impegnati in ambito musicale, fotografico,
cinematografico: l'intento di ognuno era quello di far uscire l'arte dalla turris eburnea
dell'intellettualismo per portarla a divenire un fenomeno di fruizione universale, dunque
di consumo: va da sé che si pone come conseguenza necessaria l'estre-ma rapidità di
esaurimento di ogni manifestazione artistica.
Al fenomeno Pop, Warhol, profeta della natura effimera dell'arte "alla moda",
sopravvive grazie alla carica sovversiva della sua proposta che oggi, lontana dall'essere
consumata, è definitivamente divenuta parte dell'immaginario collettivo.
Giovanna Gigli
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