MARINO MARINI: LA FORMA DEL COLORE |
| "Ho cercato nel colore l'inizio di ogni idea che doveva divenire
qualcosa": questo è il principio che informa l'estetica di Marino Marini
(1901-1980), cui, per il centenario della nascita, Pistoia dedica una mostra che presenta
la grande produzione del-l'artista nel secondo dopoguerra. Le opere di Marini, uno dei massimi rappresentanti dell'arte del '900, si offrono nelle sale di Palazzo Fabroni: si tratta di sculture policrome e circa cento opere pittoriche, tra cui molte inedite o non più presentate dopo la grande antologica di Roma del 1966. L'aspetto più originale dell'arte di Marini ed il trait d'union tra scultura e pittura è l'uso dialettico del colore. Il rapporto di Marini con il colore è ambivalente ed essenziale: nella scultura esso porta alla ricerca di nuovi ritmi compositivi in funzione del conferimento di vita propria ai volumi, di un fremito inaspettato sulla superficie scabrosa. Nella pittura il colore diviene "sostanza plastica" (Russoli) capace di conferire profondità e densità materica alle due dimensioni dell'opera. Dal colore stesso le brulicanti forme prendono respiro. Le opere pittoriche appartengono alla produzione dell'artista degli anni '50 e '60; accompagnano le importantissime sculture, di cui ancora il colore è un elemento fondamentale. Dalle straordinarie opere plastiche, tra cui il grande gruppo equestre L'idea del cavaliere (1956) e La Danzatrice (1949-1957) si percepisce il potente senso dell'arte che informa la produzione di Marini, tra astrazione ed arcaismo. Linguaggio terso e potente per mostrare il mondo della storia e dell'uomo, pervaso da un profondissimo senso dell'universale, da una fisicità solare di assoluta sintesi, che dopo la guerra assume connotazione aspra e drammatica. I solchi ed i segni cromatici di-vengono cicatrici: vi si legge il pathos e l'energia di un acutissimo testimone dei drammi del XX secolo. Giovanna Gigli |
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