È
quasi una visita di cortesia la mostra che si è aperta a Roma dedicata a Velazquez,
perché il grande interprete del barocco aveva un rapporto un po' speciale con la città
eterna.
Vi era arrivato una prima volta, tra il 1629 e il 1631, per fare il cosiddetto
apprendistato, per sudare sulle nostre tele e dipinti.
Era andato a Venezia, a conoscere Tintoretto, Tiziano e Veronese, artisti che il trentenne
pittore di Siviglia scopre di amare moltissimo, a Genova e poi a Firenze e a Roma a
studiare le forme grandiose di Michelangelo e quelle più sobrie e perfette di Raffaello.
Poi, Velazquez c'era tornato venti anni dopo, con un incarico speciale: comprare e
comprare.
Portare in Spagna, su precisa richiesta dell'imperatore Filippo IV che voleva rendere la
sua reggia dell'Alcazar più splendida di qualsiasi altra dimora regale, il meglio, o
quanto più possibile, si trovasse in Italia.
Velazquez quindi si dà da fare.
Torna a Venezia, ai suoi vecchi amori, acquista Tintoretto e Veronese, che da allora
arricchiscono la splendida collezione di pittura del Prado.
Fruga a Roma, città che lo cattura e dalla quale non vorrebbe staccarsi, per cercare
statue antiche e per ingaggiare Pietro da Cortona per alcuni affreschi all'Alcazar.
Oggi, invece, sono le sue grandi tele ad arrivare a Roma (Palazzo Ruspoli, fino al 30
giugno, a cura di Felipe Garin, catalogo Electa).
Molte dal Prado, altre da vari musei spagnoli e poi da Washington ("La
cucitrice"), collezioni private, musei europei.
Occasione ghiotta, insomma, per conoscere da vicino quello che Manet, in pieno trionfo del
naturalismo impressionista, definì "pittore dei pittori", andando così ad
ingrossare la folta schiera degli estimatori di Velazquez, dove per primi brillano gli
storici dell'arte spagnoli, per il quale è addirittura "il genio artistico della
cultura visuale barocca e, in generale, di tutta l'epoca moderna" (Francisco Calvo
Serraller). Occasione ghiotta, ma non ghiottissima.
Ci sono certo alcuni autentici gioielli, come il melanconico e struggente
"Marte", "L'Infanta Margarita" (terminato dal suo discepolo Juan
Bautista Martinez del Mazo), le vedute di Villa Medici, così stranamente crepuscolari da
non sembrar neanche fatte da Velazquez, "La regina Marianna d'Austria",
proveniente dalla collezione Thyssen-Bornemisza di Barcellona, il "Bufon
Calabacillas", dove emerge forte l'influenza di Caravaggio, e una splendida serie di
autoritratti.
Ma mancano alcune opere importantissime, utili non solo per cogliere il percorso che ha
portato Velazquez a diventare il più grande pittore spagnolo, ma per capire la sua
straordinaria ricchezza formativa ed espressiva, il suo essere pittore di corte astuto e
innovativo.
Mancano ad esempio "I bevitori", "La fragua de Vulcano", che evoca
Guido Reni, "Las hilanderas", in cui riecheggia la lezione fiamminga.
Manca, chissà perché visto che sta a poche centinaia di metri da Palazzo Ruspoli, sede
della mostra, il magnifico "Innocenzo X", che Francis Bacon nel Novecento ha
fatto e rifatto innumerevoli volte senza mai averlo visto dal vivo.
E manca, ma sarebbe stato troppo averlo, "Las Meninas": forse il più celebre
quadro del mondo.
Ma, nonostante questi "vuoti", non si tratta certo di una occasione sprecata.
Intanto Velazquez non è stato un artista troppo prolifico: si contano non più di un
centinaio di sue opere.
Molte delle quali di dimensioni così gigantesche da rendere il trasporto piuttosto
problematico.
E poi se si considera l'ultimo appuntamento romano, di un paio di anni fa, alla Galleria
Borghese, questa di Palazzo Ruspoli brilla come una grande mostra.
Adriana Polveroni
|

|