Il
celebre affresco di Leonardo da Vinci, tema iconografico e modello ispiratore per l'arte
del millennio
Maggio 2001 Dopo venti anni di restauri ritorna a nuova vita il Cenacolo di Leonardo da
Vinci, affrescato nel refettorio del complesso domenicano di Santa Maria delle Grazie a
Milano, celebrato oggi da una mostra, Il Genio e le Passioni.
Leonardo e Il Cenacolo curata da Pietro Marani.
L'esposizione, allestita nel capoluogo lombardo nei saloni di Palazzo Reale, resterà
aperta al pubblico sino al 17 giugno.
Un appuntamento per certi versi unico, che si avvale dell'Alto Pa-tronato del Presidente
della Repubblica Italiana e del Patrocinio del Ministero per i Beni e le At-tività
Culturali che indaga ed approfondisce, attraverso capolavori di inestimabile valore,
l'in-fluenza esercitata sull'arte figurativa dall'Ultima Cena vinciana.
Accanto a Leonardo da Vinci in mostra Giorgione, Raffaello, An-drea del Sarto, Tiziano,
Caravaggio, Dürer, Rembrant, Van Dyck, Rubens, Hogarth, William Blake, maestri della pop
art, dissacratori e iconoclasti, come Andy Warhol.
Ma ripercorriamo le tappe del Cenacolo legate al soggiorno, alla corte di Ludovico il
Moro, di Leonardo da Vinci dopo che il sommo artista (pittore, architetto, scultore,
ingegnere, inventore e progettatore, matematico, anatomista) aveva abbandonato nel 1482
Firenze e Lorenzo il Magnifico.
Milano e la Lombardia diventano il grande "Laboratorio" di Leonardo (vi
trascorse venticinque anni).
Ambiente culturale vivace, ricco di interlocutori stimolanti, storicamente
all'avanguardia.
Leonardo consolidò ed approfondì ricerche e conoscenze, uomo del Rinascimento, mai pago,
mai sazio mosso da passioni e da un credo inattaccabile.
Cuore della mostra il celebre affresco, tema iconografico che condizionerà tutta la
pittura e l'arte del millennio, impresa resa possibile grazie a prestiti eccezionali come
quelli provenienti dal Castello di Windsor di proprietà della regina Elisabetta
d'Inghil-terra.
Sguardo attento, da parte dei curatori, alla genesi del dipinto, studi, cartoni, ritratti,
disegni preparatori o cronologicamente vicini al Cenacolo (Battesimo di Cristo, la Vergine
delle Rocce).
Ma anche copie nelle versioni dei numerosi allievi e soprattutto nella meditazione di
grandi artisti soggiogati dal capolavoro vinciano.
Rubens, colpito dall'inquietudine e dallo smarrimento degli apostoli, dallo sguardo
imperturbabile del Cristo.
O Van Gogh che ha sempre tenuto conto dell'Ultima Cena nei ritratti dei suoi contadini,
durante i loro pasti frugali.
Una sezione particolare è dedicata al cinema, straordinarie istantanee in bianco e nero
firmate Wiene (I.N.R.I 1923), Buñuel (Virdidiana, 1983), Pasolini (Mamma Roma, 1962).
Il Cenacolo appare, oggi, come una sintesi mirabile dell'arte pittorica leonardesca,
scolpita sul pathos spirituale dei personaggi, su fantasie inquiete e rigorose.
In prospettiva si scorgono, all'in-terno, del celebre dipinto, i Navigli, il paesaggio
dell'Adda, Pavia, il Monte Rosa
In primo piano i volti degli apostoli, Simone,
Matteo, Filippo
profili classici e giovanili, contenuta austerità, visi dolcissimi,
specchio di una sofferta partecipazione al dramma del Cristo.
E' curioso osservare come i recenti restauri, curati con sollecita dedizione da Pinin
Brambilla Barcilon, abbiano messo in luce le tecniche utilizzate da Leonardo da Vinci.
Disegni schizzati direttamente sul muro, senza la mediazione dei cartoni.
"Segni precisi, netti "sanguigni" - sottolinea Pietro Marani-Matita rossa
che meglio si prestava ad essere manipolata con i polpastrelli delle dita per ottenere
effetti di più spiccato pittoricismo.
Ma soprattutto per esplicitare una maggiore aderenza al dato naturale"Leonardo lavora
e "altera" la sua tavolozza cromatica con maestria e ricercatezza.
Straordinaria la varietà dei gialli, verdi, ocra, oro e argento che avrebbero
impreziosito i bordi delle vesti, l'aureola degli apostoli, i dettagli delle lunette.
Ama il colore Leonardo da Vinci che rafforza con velature di lacca, negli incarnati è
più attento, predilige stratificazioni estremamente sottili che raggiungono effetti di
raffinata, tenue e diffusa vibrazione luminosa.
Mentre per le vesti degli apostoli miscela biacca, lacca, azzurrite, lapislazzuli per
produrre effetti cangianti col sapiente variare degli spessori cromatici.
Esposte a Palazzo Reale, sull'on-da delle emozioni e della precoce fortuna di cui godette
il capolavoro di Leonardo da Vinci, tempere su tavola, olii, acquerelli, arazzi fiamminghi
accanto a quello di Francesco d'Angoulême (delfino di Francia e futuro Francesco I) e di
sua madre Luisa di Savoia, conservato nella Pinacoteca dei Musei Vaticani, pitture murali
trasportate su tela, carboncini e sculture, anonime miniature lombarde, marmi e bronzi,
acquaforti lavorati a bulino, ricami su raso di seta (paramento liturgico donato nel 1879
dal marchese Emanuele d'Adda alla Chiesa di Santa Maria della Passione), trattati,
epistolari, memorie come quelle dello scrittore e romanziere tedesco Goethe di passaggio a
Milano.
Di molti lavori colpisce il segno incisivo e particolareggiato, come il dipinto della
Bottega di Pieter Coecke van Aelst a Bruxelles ambientato all'interno di una dimora
signorile con finestre che si aprono su vedute e squarci paesaggistici tipici del Nord
Europa.
Castelli solitari, lande deserti e l'Ultima Cena scolpita in un am-biente domestico.
Soffitti a cassettoni, pareti in legno, animali domestici e ceste di pane accanto alla
tavola imbandita.
Interessante il confronto con Tiziano.
"All'imbuto prospettico, chiuso e perfetto immaginato da Leonardo - scrive
nell'esaustivo catalogo e-dito da Skira, Mariolina Olivari- Tiziano sostituisce
un'imponente architettura contraddistinta da arconi e pesanti colonne ioniche", sfuma
il paesaggio di luce infuocata "arrossata" per rappresentare lo Spirito Santo.
A Milano in mostra, inoltre, attraverso preziose testimonianze fotografiche le fasi del
restauro del Cenacolo (chiusura del cantiere nella primavera del '99).
Impresa complessa legata alle vicende storiche dell'affresco, alle numerose manomissioni
avvenute nel corso dei secoli, alla trasformazione del refettorio in stalla, al passaggio
non indolore delle truppe e alle bombe che ne distrussero una parte nel 1943.
"Non ultimo - spiega Brambilla Barcilon - alla superficie del dipinto fortemente
alterata da polvere e dalle numerose sovrapposizioni di colore".
Carmela Piccione
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