PIERO GUCCIONE
La vita nel colore
Nel prestigioso scenario di Palazzo Ziino, è stata ospitata un'antologica del pittore di Scicli (Rg) Piero Guccione, la mostra che ripercorre un significativo lasso di tempo (1962-2000), ha offerto, al numeroso pubblico che ha accolto calorosamente il richiamo di un pittore amato ed apprezzato eccezionalmente sia dal pubblico che dalla critica, un'occasione unica per ammirare continuità stilistica e di pensiero, in opere riunite ed ordinate in un sapiente percorso temporale e spaziale.
All'inizio della sua "avventura" pittorica era pensiero e stimolo, nell'espressione artistica di Guc-cione un'automobile di marca famosa, un'automobile "per tutti", che non negava la visione "al di là", creava però un'atmosfera di misterioso sottrarsi ad una diretta percezione di un mondo che, popolato di ombre, supponeva misteriose presenze che potevano scaturire dalla fantasia dell'artista, ma ancor più realisticamente dall'osservazione acuta di una natura evidente o sfuggente, mai certa portatrice di quiete serena.
E poi… vennero cieli immensi che, ancora oggi, s'immergono, senza soluzioni limitative, in mari tranquilli, sono per Guccione un tributo commosso ad una identità smarrita, ispirata dal colore "puro", esente da forme che identificano l'oggetto vanificando ogni fantasia, ogni sussulto a disvelare un mondo sconosciuto dove il rumore, ogni segno di vita, s'identifica nel colore, placido negli azzurri marini, orgasmico nei rossi tramonti.
L'astrazione, se di astrazione può parlarsi, di Guccione rimanda ad immagini di oggetti, i più svariati, ed alberi inseriti in paesaggi che sfumano dolcemente nella fantasia, commuove un fiore di ibisco che su d'uno sfondo solare, perduti gli umori vitali, muore, si consuma la tragedia che ogni essere vivente non può evitare, ma in quel fiore che appassisce scorgiamo una morte che non vuole essere banale, ma portatrice di messaggi, di implorazioni ad una umanità che, indifferente, continua ad ignorare tutto ciò che non è utilitaristico, asservito al gretto materialismo.
Il mondo di Guccione non ha confini nè spaziali nè fantastici, la natura si stilizza in sembianze e colori nell'esaltante procedere verso forme indefinite, ma dai contenuti tangibili in un giuoco fantastico della memoria, commovente, trepida, angosciante… in totale abbandono ad una armonicità che tutto pervade e vivifica.
L'esaltazione artistica di Guccione lo spinge verso una febbrile ricerca; soluzioni sempre nuove, alla scoperta di un mondo al di là del visibile, del banale rispecchiarsi in immagini "scialbe" che inaridiscono la fantasia, e con essa, ogni ragione al votarsi al felice e creativo mondo della pittura. I nudi di Guccione, gli splendidi d'après ispirati da Leonardo, Michelangelo, Tiziano o Masaccio non mostrano alcun languido abbandono, nessuna concessione a decadenti immagini dal richiamo erotico, banale e men che mai perverso.
Tutta l'esuberanza di quei corpi, offerti allo sguardo senza ritrosia, emanano pulsioni di una bellezza folgorante, lucida visione di una eleganza formale che, alcune volte, può suggerire soluzioni accademiche; ma nelle opere di Guccione, tutto è confermato e nel contempo smentito da una tecnica che, rifiutando cromatismi assordanti, si basa essenzialmente sul tratto deciso del pastello o della grafite,… sulle ombreggiature che sottolineano rotondità o asperità che, armonicamente, danno vita a figure dal riconciliante apparire, lungi da ogni tendenza alla volgarizzazione di sembianze scaturite "pure" da una natura immune da orgasmi di compiaciuta perversione.
Ed ecco, figure sacre o profane scaturite dal tratto rapido a fissare subitaneamente una positura, una espressione di intensa meditazione, un abbandono sognante; uccelli in volo colti nell'attimo dell'ab-bandono della levità felice per precipitare folgorati da una morte incomprensibile "il volo del pettirosso".
E poi i fiori…gli ibischi di Guccio-ne arancione come il sole o rossi come un'alba siciliana, pur ebri di umori primaverili, come abbiamo già detto, suggeriscono contemporaneamente una prorompente sensualità ed un'imminente corruzione; la bellezza non si è cristallizzata nel tratto sapiente dell'artista, nulla potrà sottrarla al naturale decadimento, e questo artificio pittorico non è solo padronanza tecnica ma anche "filosofica" visione della vita, di una natura prodiga di promesse e di dolorosi disinganni.
Guccione pur nella continuità stilistica guarda con occhi limpidi un mondo pervaso da pulsioni che, colte ed elaborate cerebralmente, assumono difformità figurativa, ma non tradiscono mai una passione che, nata con lui, lo pervade profondamente. Gli occhi di Guccione raccontano disincantati ciò che si pone all'attenzione della loro fervida fantasia, in una ricerca ispirata e mai sognante, di una certezza che, non esclude le crudeli contraddizioni di una natura "devastata", ma le accetta con la pacatezza di una visione armonica che sa cogliere "il bello assoluto" anche dove albergano dolore e tristezza, come per esempio, nel ritratto di Leo-nardo Sciascia, assorto e vinto da un immenso mistero.
Claudio Alessandri

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