"EXURSUS" DI ANGELO DENARO
Angelo Denaro ha voluto chiamare "Excursus" una sua esposizione, che testimonia, attraverso alcuni significativi exempla, delle varie fasi della sua produzione pittorica e grafica, in oltre un trentennio di febbrile attività creativa (dal 1965 ad oggi), costellata da esiti certamente ragguardevoli.
Con il termine "Excursus" l'artista ha inteso sottolineare come la sua opera, globalmente considerata, si sia svolta in maniera dinamica (oltre che dialogica in rapporto a correnti estetiche e a problemi dell'uomo contemporaneo), secondo una linea evolutiva sostanzialmente scevra di scissure e iati, nonostante le apparenze riconducibili a (spiegabili) aspetti fenomenoiogici.
La fase di esordio della pittura di Denaro, chiamata "Ossido e nichel" (dal titolo di una sua opera del 1965) e inscrivibile nell'ambito della pittura informale.
Le opere di tale periodo sono caratterizzate da un impasto materico, in cui 1'ossido emblematizzava l'agente chimico del dissolvimento e il nichel la fredda, luminescente patina metallica che lo ricopre in superficie.
Era un modo di rappresentare visivamente il tema della dissoluzione a cui e soggetto il mondo nella sua fisicità, alludendo alla stessa condizione umana e al suo logorio nel transeunte (una metafora addirittura della dinamica essere-apparire). Dei due indirizzi prevalenti in cui si oriento 1'arte informale, quello gestuale o segnico (Wols, Mathieu, Capogrossi, Vedova) e quello materico (Dubuffet, Fautrier), Denaro e a quest'ultimo che affida la propria ricerca di rappresentazione sia della vitalità organica della materia che della propria corrosione, con risvolti e implicazioni quanto meno di metafisica sfiducia.
Il materiale di cui si serviva 1'ar-tista era per lo più costituito da sabbia, silicati, polveri e pietruzze luccicanti, in dense colorazioni, in cui il dripping si spandeva in macchie e grumi apparentemente casuali e invece tendenti alla determinazione di effetti di valenza plastica, a esprimere il tormento stesso della corrosione.
Ma gia nel cuore di tale ricerca (che si protrae fino al 1970), Denaro avvertiva come la pittura informale fosse entrata in una fase di accademizzazione e di ristagno, ponendosi il problema - avvertito anche da altri artisti coevi - di una riscoperta, su basi nuove, dell'im-magine (che 1'informale bandiva per definizione), di una riapertura di dialogo con la forma.
Nel 1967, con 1'opera intitolata "Il castello incantato", può riscontrarsi un primo segnale di tale disagio, che perverrà a maturazione nei primi anni '70 e, in particolare, con la tela "Ultime farfalle" (1973); si fanno pressanti, sul piano tematico, problematiche ecologiche, tecnicamente rappresentate mediante esperimenti con 1'aerografo, oltre che con nuovi materiali, mentre i colori assumono una peculiare iridescenza.
Si era gia nell'ambito del neofigurativismo a cui si deve, appunto, la ricomparsa dell'immagine, non più alla maniera tradizionale, vale a dire in una sorta di rapporto on-line tra soggetto e tela (o, se si vuole, in termini di unita figurativa), bensì con una impaginazione della tela capace di includere una molteplicità di forme e una pluralità di percezioni e suggestioni), con un'ottica adeguata a un nuovo modo di guardare il reale (e di figurare il fantastico) quale proveniva dalIe nuove tecniche della visione, che la scienza moderna e la civiltà industriale avevano fatte emergere e rese proprie.
Dinamismo strutturale e decentramenti di prospettiva si facevano connaturati al risorgere della forma, mentre i problemi dell'uomo contemporaneo andavano a coprire l'area dell'impegno sociale e umano dell'artista, comunque non solo e non sempre nel senso dell'engagement sartriano, assai in auge in quegli anni (che, per altri versanti, furono detti "di piombo").Del 1975 e il quadro dal titolo "Ecologia", con aperta denuncia degli sfaldamenti plurimi a cui, per mano dell'uomo, pare condannato il pianeta, mentre un sole, attraversato da fili elettrici, splende in un inconsueto cromatismo.
Dal 1976 e per alcuni degli anni successivi l'artista e impegnato nella serie de "Il gabbiano meccanico", che vola su visioni di una civiltà dei consumi che finisce per essere soprattutto produttrice di rifiuti.
Nelle opere di questo ciclo, spesso i rifiuti infrangono (e offendono) la linea dell'orizzonte, simboleggiando inoltre il disgregarsi della personalità umana, in una difficile (se non impossibile) ricerca di valori alternativi.
L'inquinamento e visto nella duplicità con cui tale fenomeno si appalesa: inquinamento da supersviluppo (scarichi industriali, spreco), che crea il problema dei rifiuti materiali; inquinamento da sottosviluppo (sacche di miseria, nuovi poveri etc.), che crea il problema del rifiuto dell'uomo socialmente emarginato.
La figura umana, assente nelle opere del ciclo, e costantemente in-tuita nella drammaticita - talvolta inconsapevole dei problemi che at-traversano 1'uomo contemporaneo.
Questi, nell'immaginazione del-l'artista, si vede destinato a lanciare nell'azzurro, tra angoscia ed ironia, dei gabbiani elettronici e numerati, quando i gabbiani veri scompariranno, affinché si possano ricreare artificialmente, su un pelago morente, spente visioni marine.
Si badi bene: quella di Denaro era prevalentemente ironia, forse anche provocazione, non profezia, poiché non e mai venuta meno nell'artista la fede nell'uomo e nelle sue capacita raziocinanti, Era anche la ricerca di un nuovo umanesimo nell'era della tecnologia, di una simbiosi tra le due culture.
Da qui, 1'attenzione sulle realizzazioni dell'uomo, che pare informare la fase successiva della pittura di Denaro: si vedano, ad es. la serigrafia "Aeroporto" (1983) e 1'olio "Zementwerk" (1988), ispirato a un lago artificiale in Germania, sorto dallo sfruttamento, dallo scavo, di pietra cementizia.
Dello stesso anno sono i quadri "Il sonno di Paola" e "L'attesa", ca-ratterizzati, oltre che dal recupero della figura umana, da intensa liricità, nonché da fascinazioni tra neo-romantiche e liberty e da una impaginazione polisensa della tela.
Nel successivo decennio, a partire dalle opere "Torre di terra" e "Torre di mare" e dalle due serigrafie dedicate al monastero benedettino di San Vito Lo Capo, abbiamo nella produzione artistica di Denaro, in tandem col recupero ambientale, il suo ingresso nella figurazione pura, per cosi dire lo sguardo dell'artista si proietta sul territorio isolano sia per celebrarne gli incanti paesaggistici (Mondello, 1993; Cala,1994; Mattino ad Isola, 1994; Monte Cofano, 1995), sia per denuncia re abbandoni e degradi, in particolare delle ville settecentesche della piana dei Colli, tra incanto e desolazione, a far data dal 1991, con due opere, viste da angolazioni diverse, dedicate a Villa De Cordova.
Una poetica dei luoghi, storici o naturalistici che siano, con una sorta di arcanismo che rende magiche le tele di questo periodo.
Su tale linea va osservata, per quanto compositivamente diversificata, la produzione dell'ultimo biennio; in "Paesaggio" (1996) si incunea nell'artista 1'impulso alla sistematizzazione della realtà circostante, secondo un ordine geometrico, spesso accentuato da visioni dall'alto.
Si vedano opere quali "Parco archeologico" ma anche "Delfi" nonché il grande dipinto del 1997, collocabili oltre il caotico e il degrado. Al contrario si postula un ritorno ai campi, all'agricoltura, anzi alle colture alternative, mentre la conservazione delle vestigia del passato appare linfa del nostro futuro, sicché 1'artista si spinge a visioni sospese tra quotidiane consuetudini e ipotesi avveniristiche, interplanetarie.
La pittura di Denaro tende vieppiù (e con nuove tecniche e prospettive) all'armonizzazione delle masse compositive; ancor più di quanto non avvenisse nel precedente ciclo del "gabbiano meccanico", 1'orizzonte e spostato in alto, in un cielo tuttavia inquieto, dai toni violacei, a indicare come sia sempre problematica e carica di tensione ogni spinta in avanti.
La pittura di Angelo Denaro.
nell'ampio arco temporale della sua produzione, si pone come un grandioso e variegato universo di figurazioni e trasfigurazioni del nostro tempo e di interiori risonanze.
Una singolare dinamica compositiva, nutrita di una ricchezza inventiva ed espressiva e di una singolare vivacità cromatica (si osservi, en passant, una latente predilezione per i colori puri) ha saputo farsi costantemente compagna di una armonica incisività.
Tali elementi rendono, a nostro parere, difficilmente obliabili le opere di questo fine ed operoso artista isolano della fine del secondo millennio.
Lucio Zinna

Angelo Denaro è sicuramente interprete consapevole del nostro tempo.
La sua pittura trae ispirazione dal quotidiano rivissuto con gli occhi di chi sa cogliere quello che ad un osservatore più distratto può magari sfuggire.
In questa chiave possono leggersi i suoi paesaggi, le sue periferie urbane, zeppe di "scorie" che la civiltà industriale ha abbandonato.
I suoi "brani archeologici" indagati con colori vivaci e squillanti, vivono di vita propria, non più retaggio di un passato ormai morto, ma testimonianza di grandezza in un universo pulsante di note dissonanti, metafore del nostre passato.
Interessanti, poi, le linee rette che si insinuano insieme alla "palla" del sole, quasi a firmare le singole tele.
Forse quel filo è la chiave di lettura per comprendere il mondo, l'unica certezza nel caos della materia.
Francesca Cimò Inpalli

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