| RAIMONDO MIRABELLA FRA TRE GENERAZIONI DI PITTORI |
| Dalla fine dell'ottocento fino ai
nostri giorni, un unico filo ideale percorre la storia della famiglia
Mirabella. E' il filo della pittura che, prendendo inizio dalle suggestioni trasmesse dal realismo di Francesco Lojacono, prosegue; con un coerente sviluppo attraverso tre generazioni fino ad approdare ad un più maturo e moderno neorealismo. Lo stesso filo accompagna, immortalandolo nel momento magico della creazione artistica, il trascorrere degli eventi, nelle sue fasi successive, e la realtà nel suo continuo mutamento. La creazione pittorica diventa così testimonianza di vita ed è, nello stesso tempo, strumento di osservazione del Mondo ed oggetto di quel medesimo studio, fonte storica e storia in sé. Ancora di più questa sorta di magia si compie quando il percorso artistico, che ne è l'essenza, non si dipana attraverso un limitato periodo di tempo, ma si svolge, riprendendo di volta in volta con immutato vigore, lungo un secolo e mezzo di vita. E' questa la grande opportunità fornita dalla famiglia di pittori palermitani che ebbe in Mario Mirabella il capostipite artistico, ma nei figli, Sabatino e Raimondo, e nel nipote e ultimo discendente Mario junior trovò continuatori e eredi altrettanto degni. Fra i figli, dodici anni dopo Sabatino, il 14 maggio del 1914, nacque Raimondo, settimo dei figli di Mario Mirabella. Come il fratello manifesto fin da giovanissimo un notevole interesse per la pittura e maturò l'intenzione di seguire a sua volta le orme paterne. Frequentò quindi a Palermo tra il 1930 e il 1935 l'Istituto d'Arte e subito dopo l'Accademia di Belle Arti. Rimase fedele alla lezione del padre, dedicandosi alla pittura di paesaggi dal vero ed infondendo in essi il proprio sentimento poetico. L'anno della morte del padre, il 1931, coincise con quello dell'esordio di Raimondo di fronte al grande pubblico. Ancora studente, espose infatti cinque paesaggi, insieme con i compagni di studi dell'Istituto D'Arte, Giovanni Artale e Vincenzo Vinci, ad una Mostra di giovani artisti organizzata al Circolo della Stampa. Qualche tempo dopo cominciò ad esporre con cadenza annuale tra il Circolo della Stampa e la "Camerata degli Artisti". I temi proposti che spaziavano dal paesaggio al nudo alla natura morta, erano "tenacemente" legati ai canoni tradizionali. Raimondo infatti, attraverso la lezione di Mario, si riallacciava al lirismo pittorico di Catti e all'impressionismo di Leto, da lui preferito rispetto al vedutismo fotografico di Lojacono. Insofferente nei confronti delle novità artistiche allora affiorate sosteneva "di non capire l'arte degli epigoni del duemilismo e quella dei manieristi alla Carrà e alla Cezanne e di essere eternamente esiliato dal Quarto Regno (come lo chiama il Bontempelli) del Cagli. Nella pittura del Mirabella, così lieta di quegli squarci di cielo da cui la luce piove tenue e diffusa, si sottolinea di poetica precisione il pieno gioco delle masse, con un'amorevolezza convinta e positiva". Nel 1946 si fece promotore, insieme con Giacomo Spanò, Luigi Arcuno, Giovanni Tamburello e Benedetto Zangara, del Cenacolo degli Indipendenti. La nuova associazione organizzò da quell'anno una serie di mostre che ebbero una certa eco soprattutto sulla stampa locale. La prima di esse, recensita dai principali quotidiani siciliani dell'epoca, fu allestita nei locali della "Camerata degli artisti" di Palazzo Villarosa. Nello stesso anno espose Dominatore, Barche in riposo, Piano Zucchi alla I Biennale Mediterranea d'Arte di Palermo". Alla mostra del l947 si fece notare soprattutto per i suoi nudi, giudicati dalla critica, "cromolitografici e un po' manierati (sebbene lo scorcio è azzardatissimo), ma espressioni di "audacia" per la "scelta della posizione" della modella, che gli dava modo di mostrare "la sua bravura di ricercatore d'ombre e di luci". Delle opere presentate nel 1947 piacquero invece soprattutto le "armonie di grigi come nei Pesci e l'armonia di verde come nelle Strade alberate". Intanto, come già aveva fatto il fratello Sabatino, anche Raimondo decise di dedicarsi all'insegna-mento. Nello stesso periodo, nel gennaio 1934, sposò Francesca Civiletti Morici. Dal 1949 le sue mostre si tennero soprattutto alla Galleria Sarno e suscitarono ogni anno l'attenzione di Carlo Battaglia, pittore e critico del "Giornale di Sicilia". Le notazioni del recensore palermitano ci informano che i soggetti più rappresentati e richiesti erano i "limpidi paesaggi dipinti con armoniose note di colore e sono pure delle caprettine ove e evidente la precisione del tratto e la giustezza di tonalità". "Accanto ai paesaggi si fanno notare - scrisse ancora Battaglia a proposito della personale del 1956 - le piccole tele con deliziose caprettine al pascolo e dei dipinti con stradette e cortili pieni di ombre e di sole. Una sola natura morta con pesci buttati, ora che il pescatore li ha tratti dalle acque sulla spiagge". Dal 1950 molti di questi suoi paesaggi furono pubblicati nelle copertine della rivista forestale "Montagne Siciliane", a cura del Servizio Forestale della Regione Sicilia. Nel febbraio del 1958 Raimondo ricevette, ex aequo con Pippo Rizzo, il II premio alla Mostra del Sagro del Mandorlo in fiore di Agrigento, prima rassegna-con-corso organizzata nella città dei templi nel quadro delle tradizionali manifestazioni che si svolgono in febbraio . Durante gli anni sessanta continuò a dipingere ad olio Pesci fragranti di salsedine, agili Caprettine in movimento, Scogliere e Distese di ulivi, memori dei soggetti lojaconeschi, caratterizzati - secondo lo stesso Battaglia - da una "sobrietà di toni che rammentava la buona arte del nostro Ottocento". "A questi temi rimase sostanzialmente legato fino al termine della sua attività (morì a Palermo il 9 ottobre del 1979), come attestano i dipinti Piano Zucchi, L'Attesa, Fazzolettata di pesci, pubblicati nel 1976 dalla stampa locale e oggi conservati presso gli eredi". Ivana Bruno |
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