DELLE POLIMORFIE
Una mostra di Antonino G. Perticone
Una dimensione operativa di Antonino Perricone obbedisce ad un personale imperio espressivo ed estetico. Ma, probabilmente, è l'urgenza di rappresentare il proprio mondo interiore a coinvolgere la sua scrittura in questi dettami così legati allo svolgersi degli impianti geometrici. Essi, sotto forma lemniscale, sottendono all'esigenza di dare corpo ad una "forma fluens" come possibile (se non assoluta) raffigurazione plastica, improrogabile essenza della materia visiva. E di plasticità, in senso stretto, bisogna qui parlare quale elemento centrale del lavoro creativo di Perricone. Di certo la capacità di evidenziare tutte le possibili variabili linguistiche, dalla percezione ottica al gesto, impone sempre di considerare la frantumabilità della compagnia reale quale elemento utile a Perricone per la ricostruzione dei dati visivi, degli elementi, della morfologia di base. E a tutto questo oggi egli rivolge, già dopo una lunga carrellata di anni e di lavoro, lungo le spire delle esperienze informali, i graticci e le impostazioni della neo-figura-zione, la sua compattazione dei vari elementi estetici, intersecati e avvinti ad una "polimorfia" variabile, con uno sguardo rivolto an-che alla classicità, all'ombra fuggevole del mito. Certo, di tale esigenza, soprattutto nell'ultimo de-cennio del suo itinerario, l'analisi serrata su questo procedimento s'è andata infittendo; si è creata una soglia di ricezione degli stimoli esterni, delle fantasie, delle improbabili memorie. Ecco allora che la griglia delle forme, sostenuta da un pigmento forte e dalla utilizzazione di riflessi, riverberi, bagliori metallici, ha assunto la dimensione di superfici sciolte in gomitoli, in nodi, in glomi intricati. Nello stesso tempo il quesito di questa pittura riposa (rimane assorto) di fronte la possibile tangibilità (o restituzione) di un elemento ironico emerso, quasi inconsapevolmente, per diventare nello stesso momento della sua manifestazione, sfuggente, introvabile. All'analisi visiva, all'in-gresso nel suo labirinto di forme plastiche, prende corpo il pigmento; esso costituisce una vera e propria matrice categoriale, un sostegno sensitivo nutriente dell'occhio e della mente, captivo nella sua spiccata tattilità, esemplarmente virtuale. All'associazione dei valori cromatici freddi, intensi, irrinunciabili, compatti, illuminati a volte da luci inquietanti, spesso lacerati da accecanti gialli o profusi lungo le liquidità degli azzurri ove sembrano spirare i corpi dei venti e delle acque, corre, per queste superfici, la metafora magnetica del taglio, della dissipazione, della forza minerale.
Il modulo operativo di Perricone s'accende, allora, di una brillantezza algida, ma necessaria, propria di un'essenza postmoderna, illuminata dal passato ma in corsa verso il futuro. Un'immagine della pittura che possiede i cauti (sincretici) miraggi dei circuiti ideativi posti nella odierna comunicazione, avvolta in una cibernetica ancestrale e colma di richiami per inalienabili mediterranee suggestioni.
Aldo Gerbino

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