LA LINEA INTOCCABILE DELLA PAROLA
L’ARTE E CULTURA POETICA DI ALDO GERBINO
NEL VOLUME "NON FARÀ FUMORE"

Cose quotidiane, voci e urti del vuoto, il sempre che preme con le sue immagini di peso e d'aria planano sul recinto dell'esistenza "squallida e pur impareggiabile". La vicissitudine di una vita appartiene al suo sogno e al suo inganno ed è anche la coscienza che ne sa riflettere tutte le resurrezioni. E viene il canto, un aprirsi e chiudersi di emozioni che si fanno ombre forse ancor prima di coprirsi di nebbia, di abitare un tempo che si allontana. Ombre già ieri, quando l'io poteva solo chiamarle, invano cercare una risposta che non fosse già segnata, prigioniera del suo circolare rifiuto. Un racconto di "estraneità" si snoda in questa antologia poetica di Aldo Gerbino - aperta da un organico e tentacolare corpus di inediti -, declinata in una sequenza di moduli sempre autosufficienti nel loro spazio diviso fra evento, favola, risonanza interiore. Chiare e definite da una struttura sintonica, che ne consente la massima cifra di epifania, rimane infatti l'impaginazione nucleare del discorso poetico. V'é una linea di dati (azioni, paesaggi, sintetico teatro romanzesco) quasi del tutto qui giunti come all'approdo di un cammino che li ha via via sfoltiti, selezionati con cura, raccogliendo i referenti concreti in immagini non più incardinate in una cronaca ma fuse fra loro e con i loro riflessi e con quello che di inconoscibile possono tentare, solo se una pronuncia diversa (accesa, non necessariamente innamorata) le risolleva, le pone dentro un contesto più aderente, consapevole di quella loro sfericità rapsodica. V'é poi un sottile tracciato di pensieri, una riflessione (musicale, non già della mente, anche se sorge da una contemplazione lucida, dominata) che lega gli elementi, li accosta secondo un disegno d'enigma ma pure di fertile realtà: una sorta di impostazione diaristica che enumera i sentimenti, li dispone nelle caselle giuste, e sa che il naufragio del poeta rassomiglia a quello di tanti esseri perduti nella distanza che li separa dalla salvezza. Rapido è il trasferimento dell'attenzione dell'autore da un piano all'altro del suo orizzonte: non esiste un itinerario del tutto protetto e decifrabile nel quale il transito degli oggetti si disponga con regolare battito e soluzione di continuità. Gerbino sposta la sua ottica dall'esterno più controllato e omogeneo verso un punto focale dove i particolari precipitano e si torcono deformandosi fra scosse, metamorfosi, slittamenti di senso, obliquità ammiccanti. Ma non si sfilacciano mai, neppure nel delirio, le visioni di un universo allucinato e assorto nel suo ignoto, non più misurabile con il metro della comune logica (e tensione): preso da una rallentata ansia metafisica, questo universo si agita nella paura (calda, operosa, non terrifica) di chi riesce a impossessarsene anche in un solo spicchio di vertigine: la luna "si frantuma come asteroide insonne"; la foglia si disperde "nell'orizzonte afono"; gli anni verdi sono chiusi "come in un bozzolo / di celluloide asettica"; il tempo "è vampiro curvo / dagli occhi di smeraldo". Da tutte le occasioni disseminate come dentro una costellazione che sgomenta, si sprigionano storie che la siglante (e musicale) misura evocativa non raccoglie nei loro percorsi chiari, bensì frantuma in scorci decisivi, nettissimi e carichi di mistero, loquaci nel loro marmo dolcissimo, friabile. Ovunque è uno sfaldarsi di superfici, un frantumarsi di cristalli, in schegge animate da minuscoli teatri di mistero, di scene incompiute ma con un'avventura inchiodata, cupa nelle rasoiate della luce. Resta, ed è la conquista di Gerbino, la "linea intoccabile della parola", un misto di comunicabilità e solitudine, di chiarezza dimentica di ogni scoria e di sofferta sapienza delle nozioni che premono e ad altre rinviano che non possono venire, strette ancora dall'assedio di troppa vita. Una suggestiva componente di questa poesia è quell'intercapedine distesa fra il messaggio filtrato nel cristallino àmbito del verso (consegnato al verso e dimentico del proprio retroterra) e all'immenso volume di esistenza (con la sua vicissitudine, i volti, i paesaggi e il romanzo che tutto lega; anche le tessere di una raffinata cultura umanistica e scientifica) lasciato fuori dalla pagina.
Un'intercapedine che il lettore fiuta, avvertendone il respiro lontano, il segreto agglomerarsi di forme inconoscibili, indefinibili e pur ferme, lì nell'officina e nell'esperienza quotidiana di Gerbino, "testimone di se stesso", chino sulla sua poetica: "Lo so che il verso può frantumarsi, / singhiozzare, esprimere così anche il nulla, / il suono, il fonema, il fosfene, tutto ciò che si voglia. / Lo so che il trillo d'una frase chiusa / può fare aprire la maschera / le labbra al sorriso beota, al guaito. / Ma io, almeno io, credo / al dolente porsi come testimone / - non certo del mondo - / ma di me stesso, di quel transitorio esserci / cosa per me di non poco peso, / di non poco strazio".
"Pescatori d'occasione" passano in un'assoluta fissità di tempo, in luoghi pieni di memorie e in una fosforica Palermo che si slaccia (a schizzi, a brandelli, tra ferite e meraviglie) dai suoi fasti barocchi, dalle pietre d'Arabia, dai minareti, dai quartieri percorsi da ombre nuvolose. Calcinata, la vita, in un paesaggio primordiale, eterno, a contatto con il mistero dei cieli, si svolge in un "plot di storia semplice". Quel che appare è sempre il senso di un intreccio, un intrigo, un'abissale congiura, un'armonia (un'insidia) di segni che dicono qualcosa e sono parte di un grande racconto atteso dalla sua fine: "Ogni cosa alita il suo racconto. Poi si sopisce. Ne attendo, attonito, il concluso arresto". La realtà non si affaccia nella sua totalizzante estensione, bensì si riserva "negli effimeri diagrammi / di uno scarto": è come consegnata alla folla delle figure in cammino, da quella del padre alla fanciulla dal vestito bianco; dalla "creatura d'acqua" al pastore dallo "sguardo caprino"; da chi "cavalca la lambretta" alla madre "moresca cometa dagli occhi / volpini"; dalla "sconosciuta per capelli castani dentro la geografia dei pensieri" al "mosaico vitale".
E in un tono solenne, malinconico, ardente scorre infine la memoria di "giorni trafugati": non la appanna la nostalgia, non la fa nebulosa il vapore di tante cose svanite. Occorre attraversare il "confine di fumo" o un "confine di spine"?
Giuseppe Amoroso

 

 

RENDICONTI ENTOMOLOGICI
Sul bordo dell'abisso le ali vibrano
quasi tùrbine di sensi.
La vespa col suo giallo-cromo scivola
sul fondo del bicchiere. Annaspa
oltre il frangersi del ventaglio lieve dei nervi.
Io stesso naufrago, ad essa simile,
sento il dolore d'una assenza, la distanza
mortale di sponda.

***

Ecco ora i torbidi occhietti d'anofele.
Mi scrutano. Gravitano lungo la bianca pelle
del mio addome, su per le guance trafitte dalla noia.
Essa pregusta l'umano liquore dove la luna
si frantuma come asteroide insonne.
Le acque del golfo, il seme, l'emolinfa,
la tenebra sanguigna, la invocano;
impalpabile vampiro:
mio puntuale tormentatore, mio inconfessabile
notturno torpore.

 

NON È IMPLACABILE
Non è implacabile questo ritorno
ossessivo dei fatti
sempre uguali,
sempre spietati?
O piuttosto il sapere
di essere già colpito a morte
il non sapere cogliere
quel momento della parola
diretto a chi, distante,
pare non t'ascolti?

 

DIVERTISSEMENT EGIZIO
Ecco il segno, ciò che
si chiama per-ankh

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cioè "casa della vita":
lo scrivere agli dèi, il dire del cuore
dell'anima, dell'incenso,
perire nel gongolante spettro del tempo.
Poi : per-medjat,
la "casa del libro",
biblioteca senza parole, senza lacrime,
anzi con parole, lacrime, suoni, saliva,
raggelati,
frangibili soltanto dalla paura del nero.

 

MISURA
Misura è forse
questa estraneità?
Quale bagaglio lasciare,
cosa portarmi
nella confusa assenza del momento,
di cosa invece non tenere conto? 

 

IN APPARENZA
In apparenza sono strati d'aria,
gas, voci, stridori, a planare
su tutto
sullo squallido e pur impareggiabile
recinto dell'esistenza;
in realtà sono anime
di cui rimane
il senso, l'impronta, l'unto.

 

CRAVATTE
È il nodo della mano, il precipitare
lento degli occhi, quel loro indagare
di padre a sorprendermi, oggi,
a tanti anni di assenza.
Sì, le bande marrone,
il grigio incedere del tessuto
il giallo travaso dei ricami, degli ornamenti.
Certo, il nodo fragile,
come l'esistenza, d'altronde.
Il disperdersi di vite e incoerenze.
Il bottone che non lega : padre, figlio.
Ancor oggi l'àsola è dura. Impervia.
Dolente. Pur si ammanta di una luce nuova,
inaspettata, trafitta da luminosi cheloidi.

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Aldo Gerbino

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