LA MIA PRATICA DEL CONTE’
IL GENIO ARTISTICO DI TINO SIGNORINI

Risale alla metà degli anni Cinquanta la mia pratica del disegno e del bianco e nero; da autodidatta cercavo un mio modo di espressione. La felice città di frontiera che mi ospitava da tempo, ricca di interessi non certamente culturali, mi offriva ben poco; supplivo a tale mancanza consultando riviste e libri, frequentando le sparute gallerie d'arte (Flaccovio che di tanto in tanto ospitava mostre di tutto rispetto, in seguito Arte al Borgo).
Disegnavo dal vero tutto ciò che mi capitava sott'occhio: muri, stazioni, angoli di città, periferie. Il bianco della carta, i carboni, e in modo particolare il "contè" mi davano la possibilità di saggiare il mio naturale istinto e la mia scelta di espressione. Il "contè" si avvicina a quel nero vellutato, unico, prezioso, che si forma sugli oggetti casalinghi affumicati dal gas, al nero oleoso delle officine, all'alone cupo della fuliggine; il "contè" offriva soluzioni grafico-pittoriche illimitate, passaggi crudi o trasparenti che amalgamandosi con la sottile rugosità di certe carte, poteva portare dove volevi. È l'ombra, il buio nell'attimo di inghiottire un tizzone ormai alla fine, al quale potrai smorzarne l'ultimo guizzo di chiarore o ravvivarne per poco la brace con una accorta cavata di chiaro.
Nell'arco di decenni ho cercato a lungo di ricavare la luce dal buio, provando e riprovando il "contè", lavorando su centinaia di fogli, scoprendo di volta in volta impensate soluzioni, impadronendomi di ogni casualità da aggiungere al mestiere.
Col passare del tempo continuavo liberamente le mie ricerche e i miei temi, non cedendo alle lusinghe dell’astratto e dell’informale, e concedendo ben poco alla piacevolezza.
A chi interessava, o interessa, un foglio di carta su cui un nero, modulato nelle sue infinite tonalità chiaroscurali può fare vibrare corde segrete? Foglio indifeso e il più delle volte ritenuto scostante, poco gradito al pubblico rapito da lavori più accetti o gradevoli o dalle mistificanti fotolitografie grondanti colore che stanno contribuendo a dare il colpo di grazia alla grafica.
Continuavo a fare il "figurativo", da molti considerato un limite, avevo cominciato a incidere le prime puntesecche, ero stato coinvolto nella pratica della pittura ad olio e a tempera, ma la grafica restava il mio unico modo di espressione, ove travasavo i miei umori e il mio carattere, i miei taccuini della memoria zeppi di ricordi e di immagini degli anni dell'ultima guerra vissuti a Trieste. Capivo che tale mezzo di espressione e le mie tematiche rendevano sempre più improbabile l'incontro con un interlocutore. A mio avviso nessun colore avrebbe potuto suggerire il dramma che si consuma nei bui profondi e nelle crude luci delle "Tre Croci" del maestro di Leyda, in quel miracoloso foglio.
Negli anni come non meditare sul segno litografico di Bonnard, sulla grafica di Degàs, sulla luce smorzata di Morandi, sulle tenebre disperate di Vespignani, sulla cupa visione di Sironi?
Ma ritengo che bisogna sempre fare i conti con quel foglio di Rembrandt, con quella nota grave che continua a vibrare nel sentimento di chi vuol sentire ancora.
Pause e interruzioni hanno cadenzato la mia attività, filo interrotto e ripreso con ostinazione quasi fosse un vizio; poco importa se i lavori si sono tenuti compagnia nelle cartelle, l'importante è aver creduto nel mio lavoro, essermi aggrappato a qualche cosa che mi ha sorretto ed aiutato.
Fare un bilancio della mia attività è improbabile. I conti non torneranno mai, rimarrà il mio dialogo con la carta e con il "contè". Un lavoro ludico il mio, se vogliamo, certamente insostituibile, spesso doloroso, nel mostrare agli altri il mio modo di essere e di vedere.
Alla fine del gioco mi trovo e mi perdo, e come un cieco seguo i miei muri.

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Tino Signorini
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