Ecco il cielo straziato da una
lancia notturna: l'orlo d'un casolare, l'anima di un'antenna, un filo, un raggio oscuro
germinato nelle periferie, il frammento ibrido di una montagna, il suo corpo massiccio
come dissolto nel buio.
Una evocazione, una sostanza interiore e struggente connotano questo racconto intimo di
Tino Signorini. Ma è bastata questa sua presenza così decisa e forte, sostenuta dalla
levigatezza astratta della sua stremata poesia, a colmare lo iato aperto per circa
diciotto anni (la sua precedente personale porta la data del 1980). Eppure Signorini vive
(e pratica) la sua passione per il disegno, per i carboni (il "contè"), per le
incisioni, per crete e pastelli con una adesione tenace ad una spiritualità che non
conosce flessioni, singhiozzi espressivi. Anzi c'è da osservare che la sua progressione
esponenziale al progetto ideale con l'immagine si è fatta alla fine di quest'ultimo
decennio più chiara, più aperta alla delaminazione di una rarefatta icona, sospinta alla
ricerca di un'essenza e di un tattilismo che soltanto l'uso del "contè" riesce
a manifestare nella sua pienezza.
Probabilmente fu Franco Solmi a consegnarci, già nel 1964, subito la netta dimensione
creativa di Signorini. E lo fa quando scrive di un "morbido andare delle sue
atmosfere vagamente sironiane", dove il "gioco delle luci e delle ombre, il
palpito di vibrazioni sottili" può d'improvviso mutarsi "in dramma". Sono,
appunto, le morbidità insinuanti e tragiche a offrirci, ancor oggi, il meglio della
storia di Tino Signorini: i suoi paesaggi, i suoi interni, le sue fragili architetture
avvolte dall'entità impalpabile di nebbie emotive calde, i dilavati corredi degli oggetti
della memoria. Il tutto in un meticciato espressivo volto alla tensione informale, ma
sempre condotta, e con sapienza, nella scena di una visione ampia, distesa, sofferta, sia
della natura sia dello spirito che fluvialmente la pervade. Una dimensione visiva, quella
di Signorini, personale e proiettata al colloquio non tanto nel tono elegiaco comunemente
dichiarato, quanto in quel valore entropico affrontato con la propria anima, e in quella
dimensione del realismo cara alla maestria di un Ferroni.
Un inconsueto endoscheletro del mondo pronto a dissolversi nell'impeto del buio, tra le
sue pieghe, tra le polveri distese sugli oggetti, sulle palpebre stanche dell'uomo, sulle
labbra che sembrano incapaci di accennare ad una attesa parola di salvazione.
Aldo Gerbino |

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