| IL SONNO DELLA REGIONE BLOCCA GLI IMPRENDITORI |
| I tempi dell'economia e quelli
della politica. Le ore corte e le ore lunghe. I tempi dei movimenti che viaggiano su
Internet e sulle transazioni telematiche ed i tempi fermi alla cultura tribale biblica
dell'occhio per occhio dente per dente. I tempi del bene collettivo e quelli che guardano
solo al proprio "particolare". Sembrano riflessioni in libertà su una
legislatura regionale che si è imballata su se stessa e che non riesce ad avere un
respiro reale di gestione della cosa pubblica. Su una legislatura che in tre anni ci ha dato tre presidenti e che sembra pronta, subito dopo le elezioni europee, ad individuarne uno nuovo. Ma andiamo nel dettaglio. Le difficoltà nella elezione dei presidenti di commissione hanno provocato l'impossibilità dell'approvazione del bilancio e conseguentemente anche l'impossibilità del mutuo indispensabile per il pagamento di una montagna di mandati pari a 5.800 miliardi. Sembra un giochino da niente ma che, invece, ha effetti devastanti sull'economia che cominciano a farsi sentire. Proviamo a vedere perché. Ogni mandato che non viene pagato, che in massima parte riguarda imprese che hanno rapporti con l'istituzione Regione provoca la mancanza di un incasso che era ritenuto scontato da parte di un imprenditore. Questi, a sua volta, ha da effettuare i pagamenti ai suoi fornitori e, poiché in questi tempi è difficile che si abbiano liquidità disponibili, la sola scelta che ha è quella di indebitarsi, se ha ancora spazio nel suo cosiddetto castelletto, cioè il fido complessivo concesso dalla banca, o di chiedere un extra fido se è meritevole e la banca lo concede, o di non pagare a sua volta. Nel caso in cui riceve credito la situazione è salva anche se con qualche costo finanziario aggiuntivo. Nel secondo caso rischia di essere dichiarato insolvente e, contrariamente alla istituzione regionale, di essere sottoposto ad una procedura fallimentare. Ed ovviamente la cosa più facile è che trascini nel suo crollo i suoi fornitori più deboli. Quindi una catena di Sant'Antonio in negativo, uno strike da booling pericolosissimo. Posti di lavoro che si perdono e che, se si tratta di piccole imprese, come nella maggior parte dei casi, non hanno l'onore della cronaca. Ma gli effetti non finiscono qui perché anche le banche, ovviamente se il fenomeno è ampio, vedranno aumentare le proprie partite a sofferenza con l'esigenza di far pagare ai clienti sani il costo di queste defaillance, aumentando il costo del denaro ai clienti solvibili. Si è così solo agli effetti immediati. Sul lungo periodo si ritroveranno con una mole di sofferenze tale da non consentire più una gestione autonoma. Storie già viste. Che in Sicilia hanno prima riguardato le due grandi banche regionali, poi, mano a mano, tante media realtà bancarie che sono state costrette a trovarsi un partner forte, in genere con accento nordico. Il cosiddetto effetto onda che nel momento in cui parte da una banca colpisce tutte le altre, in un gioco del domino perverso. La Banca A mette a sofferenza un cliente, anche la banca B è costretta a farlo aumentando le proprie partite irrecuperabili e così via fino all'insolvenza della banca stessa. Un'altra conseguenza della crisi di liquidità potrebbe riguardare la perdita complessiva di credibilità dell'istituzione regionale sui mercati finanziari con l'aumento conseguente delle difficoltà di reperire un finanziatore disponibile a fare credito. Situazione quindi quella dei mandati fermi gravissima che non riesce ad avere adeguata rilevanza sui "media". Forse perché gli imprenditori non scendono in piazza, non bruciano i cassonetti, non bloccano le prime del Teatro Massimo, né vanno a sostare sotto l'assessorato al lavoro o alla presidenza della Regione né si incatenano a inferriate. Vi è qualcuno addirittura che dubita della loro esistenza in Sicilia anche se il solo manifatturiero in senso stretto gestisce più di 120.000 posti di lavoro (ma questo è altro discorso). Forse invece sarebbe bene non dimenticare che sono quelli che pescano e che consentono al pubblico di distribuire il pescato anche a quelli che invece sono abituati a ricevere un pesce, anche piccolo, ogni giorno, o a quelli, come i nostri onorevoli regionali che, malgrado la difficoltà della situazione, non vedono intaccato il loro cesto di pesci giornaliero. Allora è il caso di gridare perché 5.800 miliardi di debiti della Regione non onorati, se si pensa ad un moltiplicatore solo di 1, bloccano circa 12.000 miliardi, che equivalgono al 10 per cento della ricchezza prodotta in Sicilia in un anno. Una cifra pari a quella necessaria per costruire il ponte sullo Stretto. D'altra parte gli ultimi dati sull'economia regionale diffusi dalla Fondazione Curella e dal Diste, Dipartimento Studi Territoriali, mettono in evidenza un andamento dell'economia certamente conseguente a tale paralisi. Per fortuna l'economia siciliana è come il calabrone: teoricamente il suo rapporto superficie alare peso non gli dovrebbe consentire di volare ma lui non lo sa e continua a farlo. Pietro Busetta |
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Pietro Busetta |
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