QUEI FASTIDIOSI DISAGI
Commento ad una troppo algida informazione

Più di un decennio è trascorso da quando, in un suo scritto d'occasione, Raffaele De Grada, critico d'arte e, un tempo, tra i giovani protagonisti del gruppo di "Corrente", scriveva come una delle sue più aspre paure della vita contemporanea si configurasse nella certezza che, in qualunque luogo della città fosse stato colto da improvviso malore, nessuno gli avrebbe prestato soccorso. In ciò De Grada sottoponeva, con inconsueta previsione, e senza configurarlo come un sussiegoso peso mentale o, più che mai, vestirlo d'uno smalto antropologico, quel comportamento dell'attuale società postmoderna che con forza investe, e in maniera preponderante, il nostro tessuto sociale, tanto sensibile ai 'telethon' di maniera, alle spudorate negligenze di teleistupiditi utenti desiderosi di sciorinare disgustose intimità in qualsiasi talk-show, alle schiere implodenti di naturisti e animalisti esacerbati, ma tutti incapaci di garantire un civile, umano soccorso a chi, solo, per le strade delle nostre città, è raggiunto da un malore, o peggio dalla morte. In una evenienza del genere ecco che si consuma, in palmare evidenza, la sostanza della solitudine, promossa (come nei tantissimi esempi di violenza per le strade, rimasti impuniti) da un'algida quanto perniciosa indifferenza.
Tutto ciò prende spunto dalla sconfortante edizione delle 13 del TG1 (27 gennaio 1999), dove questa aridità sociale si è grossolanamente manifestata in quel fatto di cronaca che ha visto il cadavere di un cittadino romano (era stato colpito, improvvisamente, da infarto alla fermata dell'autobus), lasciato per strada per oltre cinque ore. Ma questo triste accadimento di cronaca urbana, è aggravato da un ulteriore miserevole negligenza, legata all'assenza, da parte del giornalista responsabile del servizio, e della redazione, d'una benché minima parola di rimprovero, di critica, di puntuale commento, nei confronti di quel commerciante romano (per l'occasione intervistato), il quale cialtronescamente lamentava di un precedente decesso avvenuto davanti alla sua drogheria, e che aveva intralciato per diverse ore (questa volta si trattava di una anziana signora) l'ingresso agli avventori, alcuni dei quali (poveretti!) erano stati costretti a scavalcare l'ingombrante fardello. Risulta molto penosa questa "azienda della notizia" che non ha (e forse non è più in grado di avere) il tempo di chiedersi del perché degli eventi, incapace di restituire all'avvenimento quotidiano un minimo di dignità, un pur 'professionale' conforto, non captando il veridico spessore di quelle esistenze umane, che hanno la sventura di chiudere, imprevedibilmente, il loro ciclo biologico (così si direbbe per gli animali), determinando, in tal modo, tanti fastidiosi disagi.
Aldo Gerbino

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