PAESAGGIO COME AUTUNNALE LIQUORE |
| Dilava il colore sulla superficie
della città, sull'anima pellicolare d'una natura che, magneticamente, vive e si nutre del
suo verde, della brillantezza melanconica dei pigmenti sparsi per lo spazio intimo della
tela. Sì, perché, di àlvei interiori può definirsi il recente percorso artistico di
Aurelio Caruso; nel senso che, dall'icona figurativa, dal gusto calligrafico, dal trapasso
continuo tra figura e architettura, il suo processo di visiva acquisizione impone un
ulteriore bagaglio dove l'ulteriore urgenza tende, sottilmente, a sopraffare, con gusto ed
equilibrio, il racconto che prima caratterizzava le sue visioni della realtà. Di queste
visioni faceva parte la figura femminile: una costante quanto densa presenza inserita
nello scenario creativo. Un'icona dove si riversavano (e continuano a riversarsi) segni e modelli del design pubblicitario, del fumetto d'autore, e d'una scorporabile piattaforma visiva dove il segno metropolitano tramava un personale modo di cogliere i segnali del circostante. E l'eros ha avuto un ruolo motore nella scansione della figura, ma assieme a questo - nelle varie segmentazioni della sua nuova figurazione - si affaccia una delicata nota tonale, votata alle commissioni di pigmenti freddi, alla morsura dei grigi, alle invadenti ed improvvise fluttuazioni dell'azzurro, per consegnarci in questa attuale ricerca, un reticolo visivo dove il luogo della metafisica impone la sua nuova poetica. Il modello espressivo di Aurelio Caruso si attesta sulla supremazia del tono, d'una laminante lastra vegetale offerta nella sua destrutturazione, nella sua dissolvenza. Così certi paesaggi emulati più dall'interno che dall'esterno (siano essi forme naturali o urbane), restituiscono alla percezione una sorta di autunnale miscuglio sensitivo: un diorama compatto dove la spinta spirituale svolge un ruolo non certo secondario. Il limite indistinto dei confini, le campagne assorte e intensamente dolorose, il corpo naturale denso e armonico, decantano la sua capacità di porsi in un mondo estraniato, sempre più distante dal conclave reboante dell'oggi. La condizione dell'ambiente e della sua percettibilità appare sfumata, discreta, avvolta in un velario poetico appena scandito dal ritmo delle paure, da assorte meditazioni. Perché da questo paesaggio meditativo, Aurelio Caruso va elaborando le sue intuizioni visive: profili di case, ampi magazzeni dagli occhi silicei, un bagliore luminoso sul tessuto urbano amalgamato all'impatto del grigio, la sagoma d'una città dispersa su cui si stende il compatto vetro del ciclo, mentre sulle altre costruzioni si placa la densità liquorosa del colore. Poi il corpo collinare assorbe la verde intensità della memoria, il gruppo arboreo proteso nell'abbaglio del cielo, o l'orizzonte disperso nella traccia di un rosso improvviso. Il pensiero, allora, stremato dal colloquio insistente, distribuisce parole, segni che si assottigliano, destinati, forse, ad una completa, irrevocabile, scomparsa. A.G |
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