PERCHE’ IO ALLA PRESIDENZA DI ASSINDUSTRIA

La mia candidatura alla Presidenza dell'Assindustria di Palermo vuole rappresentare una decisa volontà di protagonismo delle forze produttive dell'area palermitana ancora inespresse e, tuttavia, consapevoli di personificare l'universo civile della creazione delle risorse e del benessere collettivo.
La mia lunga militanza nel movimento imprenditoriale palermitano mi consente di avere chiara la memoria storica del passato e, nello stesso tempo, la razionale percezione dei grandi mutamenti che ci stanno di fronte. Le virtù imprenditoriali - l'individualismo, lo spirito vitale inesauribile, l'amore per il rischio, la pacatezza del calcolo - sono destinate a misurarsi con le forme più organiche e più burocratizzate che vanno emergendo nella società contemporanea, e con la grande sfida della competizione globale. Esse vanno, in parte, graduate e confrontate con la dimensione manageriale legata all'impresa di grandi dimensioni; con l'arretratezza delle infrastrutture del territorio in cui operiamo; con la ristrettezza della base produttiva, ancora circondata da un terziario burocratico cresciuto nella vecchia stagione del primato del "mercato politico"; con istituzioni finanziarie non ancora pienamente aperte ad un nuovo rapporto con le imprese.
Tutte queste sfide, in cui la Sicilia deve sforzarsi di recuperare il terreno perduto, impongono una nuova cultura associativa fondata sullo spirito di collaborazione e sulla valorizzazione delle forze interne in vista di una più forte proiezione all'esterno.
Va rafforzata la cultura strategica e propositiva: quella fondata sui grandi nuclei settoriali e sulle esigenze dei raggruppamenti omogenei di imprese, e quella adatta a cogliere le nuove metodologie europee articolate su rigidi canoni e sentieri non ancora pienamente introdotti nella nostra operatività.
Dobbiamo trasferire la nostra operatività interna, alimentata da un dibattito sempre più ampio, sulle istituzioni regionali affinché esse si modifichino alla luce di proposte, maturate nella nuova dimensione di una sorta di "governo ombra dell'economia", di alternativa permanente, che noi, nell'interesse generale, possiamo riuscire a realizzare.
È tramontata la stagione in cui gli imprenditori aspettavano dalla politica i segnali della condiscendenza. Ora le imprese hanno visto crescere il loro ruolo sociale, con l'orgoglio di sentirsi portatrici di ricchezza per l'intera collettività. Per questa ragione il movimento imprenditoriale è in grado di offrire soluzioni per problemi determinati, attraverso il dialogo istituzionalizzato con le commissioni parlamentari, attraverso il potenziamento e la ridefinizione degli organismi consultivi economici, attraverso la partecipazione alle decisioni generali riferite al governo dell'economia.
Sotto questo aspetto, gli imprenditori si sentono partecipi del più vasto movimento della "società civile", in alleanza con le professionalità moderne che vanno emergendo: quelle legate al terziario avanzato e al rinnovamento delle professioni tradizionali, e alla riqualificazione del mondo del lavoro.
Le imprese devono, dunque, radicarsi sul territorio e diffondersi lungo "filiere" e raggruppamenti tra settori anche connessi, sui percorsi che conducono alla formazione dei Distretti e al ripensamento delle Aree Industriali.
È chiaro che la progettazione dei Distretti richiede un'attenta utilizzazione di strumenti nazionali e comunitari e la loro integrazione, in vista della proiezione internazionale di queste strutture.
Dobbiamo cercare, infatti, di portare le più piccole delle nostre imprese al di là del mercato locale, in un contesto di sinergie territoriali che vedano il coinvolgimento degli stessi Enti locali.
Anche le Aree Industriali vanno "riprogrammate" in un contesto di efficienza, e nella forma attiva di governo dell'economia: non più luoghi di parcheggio di aziende, ma contesti di programmazione e di grandi servizi generali.
Il reticolo aziendale e territoriale dovrà essere sostenuto da istituzioni finanziarie che agiscano con la cultura della banca d'affari e delle banche d'investimento, e che siano perciò in grado di eseguire grandi progetti di infrastrutturazione e di accompagnare lo sviluppo aziendale e tutte le sue esigenze.
Altre regioni si sono dotate di Società Finanziarie specializzate, e articolate in vari bracci operativi rivolti alle grandi opere, alla finanza aziendale, alla proiezione internazionale.
Anche la Sicilia dovrebbe operare in questa direzione con una strategia unitaria e guidata. In ogni caso va costituito un tavolo di concertazione imprese-Regione sui temi dei sostegni finanziari coinvolgendo all'interno di una visione unitaria strutture come Mediocredito, o nuove soggetti come "Sviluppo Italia".
Tutto questo impegno sarà, comunque, vano se non si crea un meccanismo di impulsi fondato sulla rinascita del sistema dei Trasporti.
L'isola soffre di questa carenza. E la provincia di Palermo, - col suo porto da potenziare per trasformarlo in un polo di sviluppo attrattivo e in un più forte indotto, con le ipotesi di interporto e di metropolitana di collegamento tra Termini Imerese e Carini, con la sua debolezza nel settore ferroviario e con le sue esigenze di rafforzamento del grande "gommato", con la necessità di riprogrammare lo scalo merci di Punta Raisi e un reticolo attivo di traghetti per il Mediterraneo - è lo specchio di una tragica condizione.
La Sicilia e Palermo dovranno dunque rientrare in quel mare dal quale sembrano essere separati e lontani, e ritornare con maggiore energia nella grande rete dei traffici industriali e commerciali di respiro internazionale. L'area internazionale, da cui non si potrà sfuggire, con i suoi nuovi strumenti e con le opportunità da cercare pazientemente, andrà, quindi, potenziata, se veramente vogliamo fare delle imprese palermitane la punta avanzata di un nuovo processo di ripresa per l'intera provincia.
C'è un motore, tuttavia, che bisognerà controllare e mettere a punto. Mi riferisco alla burocrazia regionale e a quella degli Enti locali, da rendere più adeguate alle aspettative dei cittadini e delle imprese.
La gestione del "pubblico" deve acquisire metodologie consone ai criteri di efficienza ormai diffusi in Europa: tempi certi e criteri di trasparenza e di redditività nell'utilizzazione delle risorse, secondo una precisa definizione degli obiettivi e dei percorsi.
È evidente che questo impegno esterno richiede necessariamente una struttura interna sempre più dinamica e propositiva, in grado di coinvolgere e motivare le professionalità interne e di attivare il sistema di rilevazione dei bisogni e delle esigenze degli associati.
Peppino Prestigiacomo

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