IL PUNTO D'INCONTROLa poesia di Aldo Gerbino |
| Che cosa non fa o non farà
rumore? La vita che scorre o la morte che arriva? Questo suggerisce il titolo scelto da Aldo Gerbino per il suo ultimo libro di poesie: "Non fara rumore". Tratto, come egli stesso annota in prolepsi dal "De brevitate vitae", ci sembra emblematico, non tanto come citazione, ma come espressione di un "dilemma" che diafanizza in poche parole tutta la sua opera. Nel libro, edito da Spirali, con prefazione di Giuseppe Amoroso e nota di Ugo Attardi sono raccolti i versi del poeta dal 1975 al 1998 e subito, proprio fin dal titolo vi leggiamo l'antitesi, anima della poetica di Gerbino, tra la certezza che ci vuole tramandare Seneca sulla brevità della vita e il dubbio che con le stesse parole egli ci insinua con i suoi versi. L'occasione per parlare della poesia e in particolare di quella di Aldo Gerbino è determinata dalla presentazione del suo libro, al Centro Pier Paolo Pasolini di Agrigento in collaborazione con l'Assessorato ai BB.CC. e P.I. Il Centro diretto dallinstancabile e attento Maurizio Masone è forse il luogo più vivo della città. Non a caso, si è detto durante la presentazione che forse, "niente è più preciso del caso", questo forte richiamo culturale parte da quella via che un tempo si chiamava Maestra. Un'occasione, dunque per parlare di poesia, questa musa scomoda per tutti: per chi la fa, per chi la legge, per chi vuole fare affari, scomoda, perché "se è vera è crudele", dice Aldo Gerbino a chiusura della serata che ha visto gli interventi di Gonzalo Alvarez Garcia e di Piero Longo. Due amici del poeta che hanno parlato di lui interpretandolo attraverso la sua scrittura. Un entusiasta della poesia dell'amico, Gonzalo, ne esalta la grande capacità di costruire metafore come espressione di una personale intima realtà. Una capacità di interiorizzare immagini ed emozioni ed esserne "imprintato". Un'abilità genetica a trascrivere poi, le emozioni e le sensazioni, con un codice assolutamente personale: libero, lucido, e quindi reale. Piero Longo esprime il suo grande trasporto generazionale con la poesia di Aldo Gerbino e ne coglie quell'ambiguità "assolutamente necessaria" perché si realizzi un vero poetare; un'ambiguità che è insita nella poesia, secondo Longo, egli stesso poeta, e quindi probabilmente interprete anche di se stesso. Una ambiguità particolare, comunque, quella della poesia che si traduce nella capacità di essere al tempo stessa del poeta e di tutti; Piero Longo, quindi assegna alla poesia e a quella di Aldo in particolare una valenza moderna ma forse utopistica di linguaggio interagente. E se Piero Longo e Gonzalo esprimono il loro parere di tecnici perché poeti, critici e scrittori, proprio nel ri-cordare il bel pomeriggio agrigentino, in cui non è mancata la intelligente lettura di alcune poesie da parte di Raimondo Moncada, dedico anch'io all'amico Aldo la testimonianza di chi ha sempre letto le sue poesie. Fin dai primi versi, ciò che incombe, come un tantalico supplizio, non è il dilemma classico, "to be or not to be", ma l'irrinunciabile vincolo da cui l'uomo pencola, invisibilmente sospenso due sponde: il bene e il male, l'amore e l'odio, la fede e l'incredulità, la vita e la morte. Nascono da questi stati antitetici, interiori contraddizioni che trasmutano in laceranti ambiguità, come negli infecondi rapporti postumi: (...)"Il bottone che non lega: padre figlio. /Ancora oggi l'àsola è dura. Impervia./Dolente pur si ammanta di una luce nuova, trafitta da luminosi cheloidi.(...) Come postumo è il rapporto con la sorella cui dedica l'intero libro "A Lia, per l'incomprensione". Un padre che attraversò la vita del figlio apparentemente indifferente, una sorella morta, cui il poeta non dedicò il suo tempo, di cui soltanto quando è troppo tardi si accorge e ricorda con queste brevi parole. Non c'è banale/umano pentimento o a ripensamento, piuttosto, nel turbinio di vorticanti interne voci, si strutturano pensieri che fluiscono in parole: blastomerici frammenti che, rotolando tra le circonvoluzioni più segrete dell'intelletto di Aldo Gerbino e discostandolo dalle contingenze, creano una sfasatura temporale che ne rende difficili le sincronie affettive. Questo elemento discrasico altro non è che il tempo. Il tempo, insieme alle antinomie, diventa l'elemento strutturale dei versi di Gerbino. "Ingannando l'attesa", è il titolo che l'Autore ha scelto per un capitolo del libro dove ancora ritroviamo i due elementi: la contraddizione e il tempo. "Il problema è sempre quello/ fare e disfare la tela./ Sciogliere e ricomporre la vita,/misurare e azzerare i conti."(...) dove un'atmosfera densa di vaghezza contrasta, gravida, nel ritmo ineluttabile del tempo che scorre; e là dove l'enigma pare sia sciolto: "L'esistenza individuale di cui mi nutro/ha il suo tempo, il suo dolore, la sua eclissi d'onda. Ecco che il dubbio si insinua. Ma come può l'onda eclissarsi? L'incertezza erode la rocca della solitudine del poeta che continuando in un cinico trastullo col tempo scrive "perché tutto questo/se già il tempo è trascorso? Facendo e disfacendo, sciogliendo e ricomponendo, inganniamo il tempo o l'attesa? La vita o la morte. La mente del poeta è rapita dai confini, da una linea, un'orizzonte, un faro: non certo una metà ma una frontiera; così tutto rimane sospeso come nella "Zona filtro" dove c'è la più tragica delle morti: il figlio di un amico che muore, Massimo: (...) Al di là/ è il filo della lama, al di qua il sapore acidulo/delle presenze atemporali.(...) Una sofferente contemplazione di quel filo, una sfida al dolore, una prova di forza che diventa estremo nella "Epistola al figlio" ("Il rischio") dove il monito paterno nascosto ne: "il disperso bagaglio/ di una poesia senza ascolto,/ chiusa, così, nella sua inconoscibile pena,(...) ha 'come unica certezza l'impossibilità di guidare le vite'. Il tempo questo amico/nemico dunque con cui Aldo Gerbino si misura in una lotta che di per sé non è vera lotta, il tempo che si può ingannare soltanto giocando e cominciando un libro di poesie a ritroso, il tempo che supererà tutti, anche Aldo Gerbino. La consapevolezza di questa sconfitta, la lotta inutile ma necessaria, in questo trovo una forza travolgente nella poesia di Aldo; la crudeltà sbandierata, altro non è che un punto di incontro, luogo di dolore, tra lo sbigottimento del poeta e l'impotenza dell'uomo di scienza. Marisa Buscemi
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