Esiste una possibilità di
"dilatare gli orizzonti della parola". Possibilità già praticata, fino
all'inverosimile, da un acuto sobillatore del dettato poetico: Edmond Jabes. C'è una sua
teoria di versi che così recita: "la morte, come il cielo è in basso. In basso alla
scala. In cima c'è l'ascensione, l'anima, la vita".
Sembra proprio che la condizione figurativa di Saverio Rao sia vicina a questa posizione
letteraria, forse più dichiaratamente filosofica. Diremmo che in essa si pone come
condizione irrinunciabile della esistenza. La tendenza dell'icòna di Rao, affondata nel
discorso globale de "Il giardino dei silenzi", è quella di manifestarsi come
disagio metafisico, scarnificato, per poi contrapporre a questo il contrasto di una
ricchezza trascendente. Quale simbolo più accattivante se non gli angeli. E se questi,
aeree "pietre volanti", per parafrasare il suggestivo libro di Malerba che cita
Fabrizio Clerici, proprio perché, germinano dal guscio calcareo di un uovo, testimoniano
pur sempre la loro natura terrestre, la loro propensione umana. Poi, in realtà, sono già
votate quali creature pronte al volo, aiutanti immacolate delle devastazioni del mondo. A
volte debbono, quasi con ironia, impegnarsi a sostenere una traiettoria oggi ritenuta
quasi impossibile, tragica nella tragicità odierna dell'esistenza, illusoria, ma
tenacemente ancorata alla speranza che qui, Rao, sottolinea con una fluttuante fune.
Tutta la figurazione metafisica di Rao, oggi, ma in realtà anche prima, appare profondata
nel silenzio ordinato e ragionevole del giardino, luogo dell'anima e metafora
dell'esistenza.
Il fitto fogliame, il luminoso gioco mediterraneo, si confondono con la tersa resistenza
dell'orizzonte, delle sabbie, dei promontori, del cielo solcato da un planare costante,
dalla statua muliebre adagiata sulla coltre delle zolle.
Questo suo mondo è annunciato da una simbologia stringata: compasso, pennello, tavola,
fune; elementi tutti della volontà, della ragionevolezza, ma sommossi da una pascaliana
ragione: quella del cuore.
Forse in Saverio Rao vi è una volontà dello spirito, una ricerca intima contrappuntata
da illusioni, contrasti materiali, ma sempre protesi alla constatazione che il mondo
figurale, pur nella sua geometrica consistenza, pur nell'accezione dei suoi simboli di
moderna elaborazione, si avvii verso una post-modernità cui aspirano schiere qualificate
di artisti.
Ed è proprio come sottolinea Jabes: in cima, cioè oltre la soglia estrema del quadro,
del recinto sacro, c'è la vita, o almeno quello che della vita si sogna.
Aldo Gerbino |

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