Caputo dipinge il
silenzio.
Questo mi sembra, almeno, il segno più alto della sua creatività nelle ultime opere
dedicate ai paesaggi lunari: un ciclo di accattivante coerenza stilistica il cui tema ben
si addice alla singolare mostra che celebra il trentennale dei "conquista della
luna".
Data tra le più significative nella storia del progresso umano e del nostro secolo in
particolare, l'allunaggio del luglio '69 può considerarsi, infatti un avvenimento
epocale, poiché, al di 18 della retorica del trionfalismo, ha cambiato totalmente: in
rapporto tra l'uomo e il mondo dilatando enormemente la dimensione dello spazio fino a
travalicare il senso del reale e dell'immaginario e dischiudendo l'orizzonte più
inquietante all'universo della conoscenza.
Nell'eco della parola leopardiana che sembra trasferirsi nell'incanto visivo di questi
paesaggi con la coscienza post-moderna dei pittore, la luna, assente o presente nella
variabilità delle sue fasi, illumina ora gli infiniti percorsi del suo viaggio nella
memoria del tempo sospeso nei segni e nella magica vibrazione cromatica di queste
affascinanti tele.
La sfida consiste nel tentare l'ineffabile, restituire cioè alla Natura il suo poliforme
linguaggio che attrae gli occhi e la mente prima ancora di farsi immagine ordinata secondo
i canoni di quel "vedere" che la condizione umana e culturale impone ad essa. La
coscienza del vedere è un processo intellettuale di cui è possibile scandagliare i
singoli meccanismi ma "saper vedere" è un'arte che sfugge ad ogni regola, anche
a quella che potrebbe imporre il limite di un processo poetico legato agli strumenti
utilizzati, poiché la creatività dell'artista sa trasformare in valenza estetica la
stessa necessità derivante dall'obbedire all'inerzia dei materiali.
Del resto la natura dell'ineffabile è certamente ambigua poiché scaturisce da quel
"parlar troppo" o dal "non parlare affatto" che ogni essere ostenta
manifestandosi nella sua totalità o in ogni particolare della sua frattalica unità.
Da qui nasce la possibilità di decifrarne i segni complessi e incomprensibili a prima
vista, ma poi sempre più chiari e circoscritti in ordine appunto alla capacità di
ordinarli secondo una logica emozionale che trasforma la percezione sensoriale in pensiero
cosciente e che, nella 'interazione estetica, amplifica infinitamente la visione fino a
sfiorare il segreto e rivelarne la sua realtà metafisica.
La sfera "dell'infinito silenzio" è dunque la via più consona all'ar-tista per
l'avventura della decifrazione di questa lingua ineffabile e l'emozione concettuale che il
pittore intende comunicare è la chiave di un possibile ordine trai tanti che il
"troppo parlare" o l'enigmatico silenzio" della Natura possono offrire.
L'azzeramento di ogni voce e immagine predeterminata, sembra dunque una necessità
imprescindibile per riconquistare alla fantasia lo spazio dell'immaginario e restituire
agli antichi segni della pittura quel valore apofantico che ne determina
"l'eversione" di cui parla Aldo Gerbino a proposito della dimensione: onirica e
della "frammentazione-corrosione dei corpi" che egli dipinge.
E a questa: dimensione surreale "dell'antropomorfismo paradossale e insolito",
si riferisce Bruno Caruso quando, considerando il desiderio di esplorazione che connota le
sue opere, sottolinea come in esse' "il paesaggio é un corpo umano con le sue membra
radicate alla terra come un tutt'uno".
In questo linguaggio ricco di tutte le ambiguità possibili si misura la creatività di
Caputo nei confronti della Natura che egli osserva e restituisce come spettacolo della
meraviglia e della meditazione.
Nell'immobilità apparente dei "Notturni sui Nebrodi", ne "L'altra
luna", nella; "Sera a Tindari a in ogni altra immagine reale. e visionaria;
insieme; dove l'ombra delle statue bianche si proietta nei corpo-paesaggio, della Natura
che sogna la sua umanità al riverbero, della luna, nei frutti e nei giardini di una terra
sinuosa come donna senza tempo, il pittore scopre la materia viva e fluente da cui si
manifesta la mobilità e il mutamento. Scorre nelle sue immagini la linfa interna delle
cose e la loro metamorfosi che si afferma nella frantumazione infinita in cui naviga
l'unità dell'universo interiore che egli restituisce nelle nuove forme e immagini della
sua parola cromatica Corpi segni e pigmenti che parlano dell'antica novità del vedere
nell'oscura verità del fluire segnato d'ombre lunari come profezia d'altre ombre
all'orizzonte del nuovo millennio.
Così Caputo dipinge il silenzio, i silenzi maculati di luce in: tutte le; gamme dei verdi
e degli azzurri variegati dalla percezione sensoriale che trova la via per giungere
all'emozione polimorfa di una magica sfera il cui centro e la Sicilia e la cui
circonferenza non si trova in nessun luogo se non quello del pensiero stesso, nutrito
dalla sua mitica forma originaria che supera ogni tempo, compreso quello della
contemporaneità. La "classicità" della sua pittura, nell'apparente naturalismo
di matrice surreale, rivela perciò la pregnante consapevolezza dei limiti di ogni
conoscenza e si inerpica nei segni criptici dell'antica sapienza incisa nelle pietre e
negli sguardi di uomini e dei generati dal sogno della Natura che rende sacre e purissime
anche le forme mostruose elaborate nel millenario viaggio della sua perfezione. Nel suo
personale linguaggio l'artista restituisce la melodia virgiliana della classicità alla
Natura profanata dai mostri al neutrone del nostro tempo e sa dare credibilità all'uomo
che coglie con passo di danza al rosso dei corbezzoli nella umbratile memoria di una
perduta atmosfera.
L'impossibile paradiso perduto che riemerge inusitatamente dai ruderi di Tindari dove la
Vergine Nera reitera come sacra madre lo stuolo pagano delle fanciulle di Delvaux, o tra
gli alberi dei boschi incantati dove antiche orme umane, statue e rocchi, capitelli e
cippi, sfere, triangoli e piramidi, suggeriscono tempi e culture che hanno incisa appena
la terra e sono diventate Natura, ora sono restituite nel lungo crepuscolo di queste sue
atmosfere che vivono nell'attesa di luce e al canto della speranza che la luna consola.
Questi paesaggi della realtà esistenziale nel tempo agostiniana della interiorità
pongono perciò il problema della sopravvivenza e: della natura: che sprofonda nello
spazio dei buchi neri, dell'uomo che calca la luna con la paura del suo futuro e lo
sbalordimento della sua effimera potenza che rischia il suo stesso annichilimento e
conducono alla sublime assenza di ogni figura umana, poiché "nell'imprevedibile
vedere" l'ineffabile si rivela all'occhio dell'artista e si rinnova come- emozione
irripetibile nell'uomo che guarda e sappia in essi "naufragare".
Piero Longo
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