IL NUOVO ESAME DI STATO
Non è improbabile che con questo esame rimodulato il ministro Berliguer ci abbia azzeccato. Perché i presupposti per considerano positivamente ci sono tutti. A patto, naturalmente, di non volerci cercare quello che esso non vuole, e certo non può, dare. Se, per esempio, lo si volesse considerare "esame di maturità'1, con ciò volendo dire che con esso si sancisce la "maturità" degli studenti, si sarebbe già fuori strada, perché la "maturità" è cosa molto complessa per poter essere individuata da un colloquio e da tre prove scritte. E infatti il termine "maturità" è scomparso, ed è rimasto quello dell'esame per ciò che esso è: un esame di stato che conclude gli anni di istruzione secondaria superiore.
Il vecchio esame era ormai insostenibile. Sperimentale dal lontano '69, si era ridotto a un rito nel quale sempre più stancamente docenti e studenti recitavano copioni già scritti. Di fatto si fingeva di interrogare su due discipline scelte alcuni mesi prima, su di esse bloccando l'attenzione dei candidati, e lasciando perdere il resto. I voti venivano dati senza regole certe, vi poteva accadere tutto e il contrario di tutto.
Ora c'è intanto il pregio di un coinvolgimento chiaro delle parti in causa: il candidato, la scuola da cui proviene, lo Stato coi suoi rappresentanti.
Il candidato viene con un suo credito, che la scuola gli attesta e che può giocare fino a un quinto del risultato massimo previsto. E può, nel colloquio, far valere la sua preparazione su un ampio spettro di argomenti che possono più naturalmente dar vita al "colloquio" che in un esame conclusivo non può non essere la cosa fondamentale.
La scuola di provenienza ha una parte chiara. Fornisce il credito, dà informazioni più ordinate sulla preparazione, garantisce il candidato col numero paritetico dei suoi rappresentanti in commissione, dà buone speranze che non si verifichino errori di valutazione probabilmente inevitabili ove ci si affidasse solo a commissari esterni, per quanto professionalmente attrezzati.
Lo stato vi realizza il suo compito primario, che è quello della chiarezza e omogeneità delle regole. Lo fa con i suoi membri esterni, con le prove uguali per tutti, e anche con la terza prova. Che é vero che viene predisposta dalle singole commissioni, ma ha comunque provocato un oggettivo rinnovamento metodologico che certo non mancherà di dare i suoi frutti. Per esempio creando un'attenzione nuova verso le lingue straniere. E poi col sistema di valutazione. In centesimi e di tipo europeo. E trasparente. Magari ostico al momento, ma che non è più il magico gioco delle parole che dicevano e non dicevano e che servivano in definitiva a giustificare tutto. E che nasconde, dietro l'apparente aridità dei numeri, significati precisi in ordine alla preparazione. Perché le prove hanno fini dichiarati, e i numeri indicano la misura precisa in cui questi fini sono stati raggiunti.
Tutto bene allora? E' ancora presto per dirlo. La scuola italiana è piuttosto sclerotica e quindi le novità, se il più delle volte la impacciano, più spesso le scivolano addosso senza lasciare traccia. Il pericolo è qui. Che le novità di metodo implicite nell'esame, e che comportano una didattica rinnovata nel senso della modernità, non vengano recepite dal corpo docente, o vengano recepite come "ordine" che viene dall'alto. Divengano insomma "programma ministeriale". Se sarà così, se a questo rinnovamento del punto di arrivo non si accompagnerà il rinnovamento dell'intero percorso formativo, ci sono buone speranze che fra qualche anno anche questo esame diventi un rito. Stanco, ma buono per i furbi.
Alfio Siracusano

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