Vi è una fissità
impropria e pur poetica nella dimensione pittorica di Orfeo Tamburi; ma, soprattutto,
un'esigenza letteraria che ha, da sempre, nutrito, avviluppato le sue opere, in quel
vigile percorso di ricerca continuamente espresso con impareggiabile equilibrio. Dicevamo,
appunto, della tensione letteraria, e non a caso, se già dalla sua pratica romana, e poi
dalla sua lunga impregnazione parigina, questo completo artista marchigiano, racconta di
sé con levigato trasporto del suo spirito, e di quella sua particolare interiore
visibilità, che con schiettezza ha contrastato l'irruenza "maschile" del suo
essere. La levità prodotta sin da giovanissimo cultore della pittura, viene fino alla
fine del suo percorso terreno perseguita, ne ha fatto costantemente parte della più
profonda sostanza, di quel quieto e struggente percepire la realtà d'un mondo pronto ad
affiorare come solitario e invalicabile apporto della realtà contingente. In due appunti
di 'Diario', datati negli anni Settanta e inviatici a significato di un nostro ormai
lontano rapporto creativo (suoi agili disegni corredano quel testo poetico che ci
appartiene dal titolo Le ore delle nubi accompagnato da un acuto scritto di Sebastiano
Addamo), le donne sedute nel tram: chi còlta di spalle, chi sul viso, chi in
atteggiamento assorto quasi a proiettarsi sui margini del finestrino, possono, in un certo
senso, sintetizzare la poetica di straniamento di questo autonomo artista, ma anche la
metafisica pulsione legata alla sua visione del mondo, la capacità di appropriarsi di una
realtà apparentemente scontata per riversare su di essa (sia che si tratti di mura,
porte, finestre, figure, cieli, paesaggi urbani) una tensione leggera e, nello stesso
tempo, salda alla visione dell'anima. A questa forza Tamburi vuole ispirarsi, al gusto di
raccogliere nelle stratificazioni cromatiche del suo lessico figurativo, un tralcio di
cielo, un'incombenza atmosferica segnata dalle nuvole, un passaggio delle ore ispirato
alla lentezza, al gusto di riconsegnare veridicità al tempo, alle ore non casualmente
trascorse e accumulate. E su questo lineare scorrere della temporalità, trasformata da
Tamburi in una essenza categoriale, la pittura si arresta sui codici della densità
espressiva, della assunzione dei pigmenti come corpi e materie d'una sensazione, d'una
percezione e di una impercettibile emozione.
I modelli espressivi di Tamburi, esplosi nei primi decenni del nostro secolo, sostenuti da
una ampia attività di muralista, per poi, oltre il filtro della 'scuola romana' e della
gestualità votata a quell'espressionismo intimo caro ad un De Pisis, si ricompattano,
verso la fine negli anni Quaranta col suo approdo francese e fino agli Ottanta, ad una
costante lucentezza visiva, mai precaria, con costanza sorretta da una direzione franca
del raccogliere dati urbani, o l'affollarsi delle case, il loro profondamento nei cieli
bigi della grande città europea, i viaggi, il cumulo di tensioni sopite e amalgamate con
una umanità che sorregge i destini del mondo spesso inconsapevolmente. Ma sono anche
relazioni forti con il mondo della letteratura, mediate anche dal critico siciliano
Alfredo Mezio (si pensi alle 'letture', tra i tanti autori, tamburiane di Curzio
Malaparte, di Sandro Penna, di Vincenzo Cardarelli, di Libero De Libero), e con le dizioni
più aggiornate della poesia. E nel prospetto della sua pittura il rapporto con la natura
appare innervato da tinte forti, dense, si rileggano, ad esempio, le Case tra le crete del
1956, dove, appunto, l'umore terrestre, più che le balze e le case stesse, sovrasta ogni
cosa, come una ancestrale latente memoria: ora il cielo plumbeo, ora il corrusco motivo
dell'orizzonte, o il digradare improvviso dei neri sui nastri accesi delle argille. E
quella brulla e succosa atmosfera italiana la si ritrova nelle future pagine prospettiche
dominate dalle ampie finestre notturne; altre volte (il tutto vestito d'azzurro negli
squarci edili della grande città nel suo implodere luci e ampi modelli delle forme) è il
senso geologico della terra che si trasforma, nei suoi camminamenti materici tradotti
negli apprezzati "muri come un impegno più profondo nel dare sostanza ai prodotti
umani e che dell'uomo nascondono ogni segreta fatica. Anche nello scendere in quel
groviglio terrestre di radici Tamburi raccorda in un ideale pentagramma le macchie, i
licheni che cospargono intonaci, oppure i tralicci cromatici sulle tavole, o ancora la
torsione livida sulle finestre o la monocromia dei verdi disposti sulle strade sui
giardini, lungo la Senna, il tutto, appunto, per tracciare, con amplificata armonia, la
sua tensiva poetica.
Una visibilità, quella riflessa dall'opera di Orfeo Tamburi, che appare sempre
attraversata da una quieta malinconia, da una colma azione sulle vestigia del mondo
moderno, senza per questo essere dimentica della commozione lieve e inconoscibile del
tempo.
Aldo Gerbino |

|