L'avvicinarsi del 2000 pone
l'inevitabile interrogativo su come affrontare il cambiamento. Allo scoccare del terzo
millennio, è giocoforza: il sistema Italia non può non fare i conti con il futuro.
Tecnologia, globalizzazione, demografia cambiano gli scenari in cui operano le imprese,
trasformano il tessuto sociale e il modo di lavorare.
Le nuove tecnologie hanno modificato le vecchie attività e ne hanno create di nuove, la
globalizzazione dei mercati è ormai una realtà di fatto, i paesi industrializzati sono
alle prese con le profonde trasformazioni sociali dovute all'invec-chiamento della
popolazione.
La sfida del cambiamento è stato al centro dei lavori del 14° Convegno di Capri dei
Giovani Imprenditori di Confindustria.
Economisti, politologi, rappresentanti del Governo e delle istituzioni, esponenti politici
e sindacali hanno messo a fuoco le tante facce della trasformazione, per dare qualche
indicazione cui sentieri da percorrere.
Un dibattito che ha coinvolto le imprese, prima di tutto: la prevalenza di piccole aziende
in Italia, a lungo considerata utile per la flessibilità del sistema, diventa un problema
nel mercato globale che richiede una crescita sul piano dell'innovazione e della finanza.
Politica e istituzioni sono al bivio: da una parte le riforme e l'adeguamento delle
strutture amministrative, dall'altra i vecchi schemi che rischiano di accentuare lo
scollamento rispetto alla società.
Una scelta che ora si confronta con la pressione della nuova ondata di referendum.
Il rischio di un divario crescente tra chi governa e chi è governato esiste in Italia, ma
anche in Europa: non a caso una delle priorità della nuova Commissione europea sarà
quella di riformare le istituzioni comunitarie.
Ma il mutamento coinvolge ciascuno di noi, investe il lavoro e la società.
Cambia l'organizzazione del lavoro, il know how necessario per affrontare il mercato, il
ruolo delle parti sociali nell'orientare le scelte aziendali ed economiche.
Per le imprese la parola chiave è flessibilità, che considerano lo spartiacque culturale
tra chi guarda al futuro e chi non riesce a staccarsi dal passato. Per i sindacati dei
lavoratori la parola chiave è concertazione.***
Il Convegno di quest'anno è stato organizzato dal Gruppo Giovani Imprenditori della
Sicilia, presieduto da Giuseppe Pappalardo, il quale ha tenuto a precisare:
L'Italia deve colmare un gap negativo nei confronti di numerosi altri Paesi
industrializzati, ma per fare ciò deve innanzitutto eliminare la doppia velocità che la
caratterizza al suo interno, con un Nord e un Sud produttivamente ancora non sullo stesso
piano.
è innegabile che in questi ultimi anni vi sia stata una ripresa degli investimenti da
parte del sistema produttivo meridionale, grazie soprattutto ad un cambiamento culturale
collettivo e ad alcuni strumenti di politica industriale ed economica quali la legge 488,
i patti territoriali e i contratti d'area, oltre ad una numerosa serie di altre
agevolazioni e incentivi per l'occupazione.
Dopo molti anni i giovani tornano a lasciare il Mezzogiorno per cercare lavoro al Nord.
Il Sud con oltre venti milioni di abitanti è più grande di molti Paesi europei. È
chiaro che bisogna quindi sforzarsi di creare più posti di lavoro produttivi in loco.
La mobilità può però aiutare questo processo: per esempio possono immaginarsi percorsi
organizzati che comportino un'espe-rienza di formazione al Nord e poi un ritorno nel Sud.
Purtroppo, però, questa spinta a muoversi sembra collegarsi più a un'ampia mobilitazione
individualistica che non a un'opera della politica per il Mezzogiorno.
Il marketing territoriale è oggi lo strumento migliore per pianificare scientificamente
lo sviluppo del Sud del Paese. Il Mezzogiorno è oggi molto più orientato al mercato di
quanto non lo fosse dieci anni fa'.
Il Sud è il problema prioritario del Paese.
Occorre favorire l'emersione delle attività sommerse attraverso una politica complessa
fatta di vigilanza, di amministrazione efficiente, di incentivi mirati.
Nel determinare le convenienze d'area giocano un ruolo determinante anche altri incentivi:
la legge 488, un provvedimento chiave ma ultimamente sempre in debito di ossigeno
finanziario, i patti territoriali, i contratti di programma; l'applicazione di trattamenti
fiscali particolarmente favorevoli, mettendo in conto anche la possibile applicazione di
imposte differenziate per territorio; i vantaggi derivanti dalla maggiore probabilità di
accedere a finanziamenti mirati.
***
Ed Emma Marcegaglia, Presidente dei Giovani imprenditori Confindustria, ha precisato
nel suo intervento che il cambiamento si gioca sulla flessibilità.
Viviamo in un'epoca di cambiamenti. Il cambiamento c'è, sarà continuo e attraverserà
tutti gli aspetti della vita umana. Lo sviluppo tecnologico, la globalizzazione, i tassi
di natalità ne sono esempi lampanti.
Sul fronte della tecnologia, la vera sfida per gli imprenditori è imparare a gestire con
efficacia le nuove opportunità.
Pensiamo a cosa Internet potrebbe significare in termini di ampliamento della democrazia.
In un domani molto vicino, le campagne elettorali potranno coinvolgere in modo attivo
milioni di persone, non con i comizi di piazza o gli spot elettorali televisivi, ma
attraverso la rete. Che non significa attraverso una politica dei sondaggi, ma una
politica basata su nuovi strumenti di mediazione democratica. Inoltre Internet e il
commercio elettronico stanno modificando rapidamente anche il nostro modo di fare impresa
e il nostro modo di stare sul mercato. Già oggi negli Stati Uniti il 30% degli acquisti
avviene attraverso Internet.
Tecnologia e globalizzazione porteranno importanti cambiamenti anche negli equilibri
geopolitici. Fino ad oggi l'obiettivo principale dei Paesi industrializzati è stato
quello di mantenere zone di influenza politica ed economica, senza preoccuparsi che i
poveri rimanessero poveri. In uno scenario di medio lungo periodo sarà però
inaccettabile, sia da un punto di vista etico, sia economico, mantenere i divari oggi
esistenti. Divari che costituiscono una minaccia anche per la stabilità politica
mondiale.
Il tasso di natalità della popolazione è oramai in caduta libera in tutte le principali
economie. In particolare in Italia, dove negli ultimi trenta anni la riduzione ha
raggiunto il 45%, superata solo dalla Spagna.
La conseguenza più preoccupante è naturalmente un rapido invecchiamento della
popolazione, a causa del quale una percentuale sempre minore di giovani si troverà a
dover sostenere, tramite il proprio lavoro e le proprie tasse, una popolazione composta
sempre più da persone anziane o vicine al termine dell'età lavorativa. Di fronte a
questi trend demografici occorre cambiare anche l'atteggiamento verso l'immigrazione. Non
è accettabile continuare a considerarla solo come un problema da risolvere sulla base di
criteri di sicurezza o di etica sociale. È ora che anche l'Italia si doti di una vera e
propria politica dell'immigrazione che favorisca le lunghe permanenze, che permetta
all'immigrato di sfruttare la sua maggiore disponibilità alla flessibilità e alla
mobilità, che favorisca già nei Paesi di provenienza lo sviluppo di una formazione di
base e un avvicinamento culturale che ne faciliti l'adattamento.
Le forze di conservazione sono ben radicate in parte del sistema riuscendo a frenare e a
rallentare anche i pur timidi tentativi di riforma. Per molte imprese crescere significa
perdere flessibilità e sopportare costi più elevati. Grazie, in primo luogo, alla rigida
soglia dei 15 addetti introdotta dallo Statuto dei lavoratori, che il presidente del
Consiglio, con poca convinzione, aveva proposto di rivedere. Ma anche a causa
dell'eccessiva fiscalità, della pesantezza dei regimi autorizzativi e degli oneri
amministrativi, dello scarso controllo del territorio e del rischio criminalità. Ostacoli
che devono essere rimossi al più presto si vuole affrontare il cambiamento. Altrimenti è
l'intera classe politica a perdere credibilità e ad allontanarsi sempre più dalle vere
esigenze del Paese.
La principale ragione di questa resistenza a cambiare risiede nella debolezza e nella
frammentazione del nostro sistema politico che, dalle ceneri della Prima Repubblica, non
ha saputo evolversi verso un naturale bipolarismo. La politica così è bloccata. Il cuore
del problema sta in questo sistema elettorale, la palude in cui tutto affonda. La
realizzazione di un vero bipolarismo che garantisca una maggiore governabilità e
stabilità politica è la riforma più importante, senza la quale ogni dibattito sul
futuro e sul cambiamento diventa vuoto e fine a se stesso. Per questo i Giovani
Imprenditori sostengono il referendum per l'abolizione della quota proporzionale.
Il tema della flessibilità è lo spartiacque culturale tra chi guarda al futuro e chi non
riesce a staccarsi dall'ancora del passato Purtroppo in Italia il problema della
flessibilità è trattato in un'ottica completamente distorta. Una maggiore flessibilità
è ancora considerata una penalizzazione per i lavoratori e una forma di indebita regalia
alle imprese. Ma, come è già avvenuto in Paesi più avanzati del nostro, anche in Italia
sta aumentando la domanda di forme di lavoro alternative, sia nell'intensità, sia nella
durata, per svolgere attività autonome, per aggiornare la propria formazione, o
semplicemente per coltivare i propri interessi. Certamente una maggiore flessibilità
richiede processi di adattamento che possono essere anche particolarmente costosi per una
parte della società. Per questo si deve pensare a un sistema di ammortizzatori sociali
che sia specificamente progettato per rendere meno difficile questo adattamento.
È stata appena presentata la Legge Finanziaria per il Duemila che non prevede aumenti di
tasse e questo è già qualcosa. Ma in un Paese in cui questa legge è stata il principale
strumento per introdurre gli interventi più importanti e più problematici, la
Finanziaria per il Duemila appare debole, senza importanti contenuti.
La riforma delle pensioni è il grande assente di questa Finanziaria. Si fa una politica
da Robin Hood con il contributo di solidarietà: si toglie ai ricchi, ma non a tutti. Ne
sono esclusi magistrati e politici.
Ci si augura che il processo di riforma proceda con strumenti più adatti di una legge di
bilancio. La riforma delle pensioni è infatti l'altro grande tema, che in un'ottica di
lungo periodo rischia di creare assurde incoerenze con i processi di cambiamento in atto.
Che la riforma attuata nel 1997 sia insufficiente è evidente, come sottolineato da tutti
le principali istituzioni internazionali e dei maggiori centri di ricerca nazionali.
Eppure non si riesce neanche ad anticipare la verifica degli effetti di quella riforma.
Quando occorrerebbero, invece, idee completamente nuove, peraltro ampiamente dibattute tra
gli esperti, quali un'immediata diffusione del sistema contributivo, una rapida abolizione
delle pensioni di anzianità, un innalzamento dell'età minima, l'introduzione di
meccanismi di capitalizzazione dei contributi previdenziali, una radicale incentivazione
della previdenza privata, anche attraverso l'utilizzo del Tfr maturando.
Certamente senza concertazione, il bilancio di quanto fatto finora avrebbe potuto essere
anche peggiore. Ma appare legittimo chiedersi se la politica di concertazione non
necessiti di un ripensamento profondo; se la concertazione non sia diventata un obiettivo,
piuttosto che uno strumento per rispondere agli interessi della modernizzazione e quindi
delle imprese. E ancora, se il Governo non usi la concertazione per garantirsi il consenso
delle parti sociali, senza affrontare i veri problemi del Paese. Per questo i Giovani
ritengono che Confindustria non debba aver timori di opporsi a una politica che condanna
al passato.
***
Ancora Ettore Artioli, direttore di QualeImpresa e vicepresidente dei Giovani:
Se governo, industriali e sindacati percorrono strade diverse difficilmente si riuscirà
ad individuare il sentiero del cambiamento.
Dalla "due giorni" di Capri è emerso un dato inconfutabile: alla rottura tra
Giovani industriali di Confindustria e sindacati si sovrappone la frattura col governo. Le
motivazioni che hanno portato alla comparsa di un fossato tra governo e industriali
juniores sono molteplici. Venerdì pomeriggio 1 ottobre, la presidente Marcegaglia,
leggendo la sua relazione, era stata tutt'altro che tenera con l'Esecutivo. Abbandonare il
tavolo della concertazione se serve a mettere in moto le riforme e Finanziaria giudicata
troppo debole e senza contenuti, dove il grande assente è la riforma delle pensioni.
Quello della Marcegaglia all'Esecutivo è stato tradotto da molti come un addio al feeling
che si era instaurato tra l'Ulivo e gli industriali del futuro, qualche anno addietro. A
Capri è stata coniata la frase "sedotti e abbandonati" riferito ai Giovani
convinti delle troppe mediazioni cui non si sottrae neppure Massimo D'Alema. Un Presidente
del Consiglio che non ha risparmiato di "affascinare i Giovani con grandi visioni del
futuro per poi sacrificare sul tavolo del compromesso la coerenza e la credibilità verso
i giovani e verso chi vuole investire in questo Paese". Un attacco ad un fronte
politico frammentato, quando invece i Giovani chiedono un bipolarismo vero.
Numerosi i big della politica intervenuti al Quisisana hotel. Non sono passati inosservati
i risultati di una ricerca condotta dall'ISPO per conto dei Giovani industriali di via
dell'Astronomia e illustrati a Capri da Renato Mannheimer che aveva come tema proprio
l'interesse degli italiani nei confronti della politica. Sei mesi fa dichiarava di
interessarsi alla politica e alle campagne elettorali circa il 27 per cento degli
italiani. Una percentuale molto al di sotto di quelle registrate qualche anno fa quando
erano in voga i partiti di massa. Comunque, questo 27 per cento si accosta alla media
degli altri Paesi europei. Il dato preoccupante è che questa percentuale tende
sensibilmente a decrescere. Anche ai più profani di sondaggi e ricerche sociologiche
emerge una considerazione a dir poco sconfortante. Dagli intervistati non sono state
espresse considerazioni che rasentano il disprezzo o un sentimento negativo verso la
politica e il mondo che la circonda, ma un senso d'estraneità, un crescente
allontanamento dei cittadini verso chi sta a Roma. Risultati che dovrebbero far riflettere
chi occupa i Palazzi.
***
A sua volta Annibale Chiriaco, componente del Consiglio Centrale Giovani Imprenditori
di Confindustria:
Il cambiamento deve investire le imprese, la società, la pubblica amministrazione.
Si avverte soprattutto la necessità di puntare con decisione sulla formazione e sulla
tecnologia, due aspetti strettamente connessi e fondamentali per creare nuovo sviluppo.
Ma abbiamo anche bisogno di un Governo che sia un leale interlocutore, un soggetto
istituzionale disponibile al dialogo e pronto a recepire le nostre istanze.
Solo lavorando all'unisono è possibile gettare le basi del cambiamento.
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E Marco D'Agostino, presidente dei Giovani Imprenditori della Provincia di Palermo:
Di grossissima attualità, interessantissima la tesi ovviamente condivisa della nostra
presidentessa Marcegaglia.
Sicuramente i temi del cambiamento devono, ancora per il Mezzogiorno, arrivare per quello
sviluppo che noi auspichiamo.
Mi riferisco in particolare alla sburocratizzazione di tutte quelle normative e quelle
leggi che oggi ci sono, ed alle lungaggini burocratiche che bloccano le imprese.
Noi, per esempio in Sicilia, abbiamo grossi problemi per il reperimento delle aree per
costruire gli stabilimenti.
Una cosa che mi auspicherei succedesse, è che, quando si fanno i progetti, non vengano
valutati semplicemente i business plan e le capacità patrimoniali, giacché una delle
valutazioni che dovrebbe essere fatta è quella della disponibilità del terreno. Non è
detto, infatti, che se hai il business plan ben fatto, hai anche il terreno o l'edificio
industriale dove costruire le aziende.
Occorre che questo tipo di aziende abbiano delle priorità, in maniera tale da avere uno
sviluppo immediato che dobbiamo sfruttare dal 2000 al 2006 con Agenda 2000, perché subito
dopo non ci saranno più opportunità.
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Sono intervenuti anche il Ministro delle Finanze Vincenzo Visco, il commissario europeo
Mario Monti, il presidente della Camera Luciano Violante, il presidente di Forza Italia
Silvio Berlusconi, ed il presidente di Confindustria Giorgio Fossa.
Si sono inoltre tenute alcune tavole rotonde.
La prima "Le mille dimensioni del cambiamento", moderata da Antonio Calabrò, e
che ha visto la partecipazione di Edmondo Berselli, Franco Cardini, Elio Catania, Ilvo
Diamanti, Giulio Giorello, Andrea Mondello, Giorgio Guazzaloca, Michele Legnaioli ed
Attilio Tranquilli.
Alla seconda "Nuove imprese e nuovi lavori", moderata da Gianni Riotta, hanno
partecipato Aris Accornero, Franco Bassanini, Francesco Bellotti, Innocenzo Cipolletta,
Sergio D'Antoni, José Pinera, Michele Carofiglio e Gianfranco Alois.
L'ultima "Politica e società: il rischio di uno scollamento", moderata da Bruno
Vespa, ha avuto la partecipazione di Gianfranco Fini, Enrico Letta, Renato Mannheimer,
Marco Minniti, Wiler Bordan e Marcello Carli.
Giulio Artioli |

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