IL METODO NON E GIUSTO |
| La parità delle chances tra i
partiti che affrontano la competizione politica è un principio sacrosanto di ogni
democrazia pluralista, ma il modo come lo ha realizzato il Parlamento dà luogo a vistose
incongruenze. Le epocali trasformazioni della politica odierna e l'importanza che, in un mercato elettorale sempre più instabile e competitivo, hanno la comunicazione politica attraverso i mass-media e l'uso della risorsa economica per catturare il consenso dell'elettore, hanno imposto a tutti i Paesi democratici la ricerca di strumenti che garantiscano la sostanziale parità nella competizione elettorale. In questo modo si cerca di attenuare le sperequazioni che derivano dalle differenze nella disponibilità di denaro o nelle diverse possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione. Ma la legge "anti-spot" sembra il modo peggiore per affrontare una questione così vitale per la nostra democrazia, e ciò per ragioni sia di metodo che di contenuto. Sotto il primo profilo impressiona come la maggioranza abbia deciso di toccare regole fondamentali della campagna elettorale nell'imminenza delle elezioni regionali. Il sospetto che si sia voluto cambiare le regole del gioco a partita aperta ed a scapito di chi, come Berlusconi, ha sfruttato abilmente le sue doti di seduttore televisivo, invelenisce il clima politico contraddicendo le aspirazioni al bipolarismo ed alla democrazia maggioritaria. Queste ultime, infatti, presuppongono relazioni di fiducia reciproca tra i principali partiti e la scelta concordata delle "regole del gioco". Sul piano dei contenuti, poi, ferma restando l'importanza dell'esigenza di garantire la parità di accesso ai mezzi di comunicazione, va rilevato che questa esigenza va bilanciata con altri interessi, anch'essi di rilevanza costituzionale. E cioè con il diritto dei cittadini di essere informati politicamente e di scegliere il tipo di comunicazione che preferiscono e con l'interesse delle forze politiche ad utilizzare i mezzi di competizione che ritengono più congeniali alle loro caratteristiche. Il divieto assoluto degli spot sembra una soluzione troppo drastica e perciò, per usare il linguaggio della Corte Costituzionale, irragionevole. Per non parlare, poi, delle perplessità che suscita l'equiparazione del regime della comunicazione politica elettorale e di quella per le campagne referendarie, che invece secondo la stessa Corte Costituzionale dovrebbero vedere applicate discipline distinte (sentenza n. 161/1995). Né va sottovalutato come la parità di accesso ai mezzi di comunicazione andrebbe comunque riferita alle due coalizioni contrapposte e non ai singoli partiti, perché altrimenti le coalizioni con più partiti saranno più avvantaggiate rispetto a quelle meno affollate. Ancora una volta ciò che spicca è l'ipocrisia degli attori politici che non avendo saputo affrontare per tempo e con equilibrio la nota questione del "conflitto di interessi", ora nell'imminenza della prova elettorale hanno spuntato l'arma degli spot. Ma improvvisazione e "colpi bassi" a partita iniziata feriscono la ancora incerta democrazia maggioritaria in "salsa italiana" tanto quanto gli eccessi di spettacolarizzazione mediatica della politica italiana. Giovanni Pitruzzella |
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Giovanni Pitruzzella |
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